A scuola sempre più nozioni e meno talento

Di tanto in tanto mi concedo una pausa per ascoltare, osservare, riflettere e, perché no, per chiedermi che senso ha ciò che faccio.
Già, che senso ha spiegare cosa sono le soft skill e come funzionano a gente della mia età?
Che senso ha parlare di leadership a manager che hanno superato la soglia dei 60 anni?
E va bene che siamo nell’era della long life learning ma non sarebbe meglio partire prima?
Non sarebbe meglio dire ai futuri ingegneri che il loro successo professionale non dipenderà dal voto conseguito nell’esame di analisi e che con le persone non sempre i conti tornano?
Non sarebbe meglio se la scuola la smettesse di essere un semplice distributore di nozioni ed iniziasse ad assolvere al proprio ruolo educativo?
Educare, da educere, significa tirar fuori le potenzialità, o meglio aiutare le persone a coltivare il proprio talento.
Talento: che parola meravigliosa! Purtroppo oggi i ragazzi non la associano alla scuola o ai propri insegnanti ma alla TV, a gente come Maria de Filippi o, peggio ancora, Morgan. :(
Il talento è l’inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività. Tutti riceviamo questo dono anche se assume forme diverse e la scuola dovrebbe aiutare i ragazzi a scoprire e coltivare il proprio dono. Amore, fiducia e lavoro sono gli alimenti principali del talento.
Abbiamo bisogno di insegnanti che amino il proprio lavoro, ma soprattutto che diano fiducia ai ragazzi e li aiutino a credere in se stessi. In questo modo potrà crescere una generazione veramente respons-abile, cioè abile di trovare risposte e non solo alibi o scorciatoie.
La prova di quanto la scuola sia distante dal proprio ruolo educativo è stata fornita recentemente da Gioseppe Remussi, un luminare di medicina che, dopo aver sostenuto da “infiltrato” il test di ammissione alla facoltà di medicina, ha denunciato in un articolo l’insensatezza di quella prova.
Scrive Remussi: “Non so se l’avrei passato l’esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro”.
Già, chissà quanti potenziali luminari di medicina ci stiamo perdendo a causa di questi stupidi test!
“Fare il dottore - aggiunge Remussi - è un po’ come fare il cuoco o guidare l’aereo, bisogna essere portati: chi è troppo introverso o troppo scontroso o troppo facile a seccarsi è bene che non ci provi nemmeno. E anche chi non è disponibile a studiare tutta la vita. Insomma, certi non vanno bene anche se sanno l’origine della tragedia greca.”
Nessuno si chiede se quegli studenti diligenti che hanno risposto correttamente a tutte le domande dei test d’ingresso di medicina abbiano veramente il talento per diventare dei bravi medici.
Concordo con Remussi riguardo al fatto che i test siano antiquati: inglese e nuove tecnologie sono i grandi assenti. Concordo anche sulla proposta di seguire l’esempio della Francia dove tutti sono ammessi al primo anno. E dopo questo atto di fiducia c’è il momento della responsabilità: la selezione viene fatta al secondo anno.
In Francia c’è la cultura dell’orientamento professionale, quello vero, non come in Italia dove l’orientamento coincide con la gita tra le varie facoltà e campus per vedere come funzionano. Così, dopo le nozioni la scuola fornisce informazioni.
Ma le domande, quelle vere, quelle che riguardano le passioni, le motivazioni, le attitudini dei ragazzi dove stanno?
Quando facevo la supplente di filosofia durante un’interrogazione chiesi ad un ragazzo cosa pensava del pensiero di un filosofo e lui rispose con stupore: “Nessuno mi ha mai chiesto il mio parere su ciò che studio”. :(
Lo ammetto, l’insegnamento mi manca un pochino e se tornassi a svolgere quella professione farei la felicità di mia madre . Lei spera sempre che io riesca a trovare un lavoro “serio” e settimana scorsa mi ha suggerito di tentare il concorso che pare verrà indetto a breve. Peccato non vi sia proprio nulla di serio in un concorso che premia aspiranti o vecchi insegnanti con una cattedra. ![]()




