A scuola sempre più nozioni e meno talento

secchione.jpg

Di tanto in tanto mi concedo una pausa per ascoltare, osservare, riflettere e, perché no, per chiedermi che senso ha ciò che faccio.
Già, che senso ha spiegare cosa sono le soft skill e come funzionano a gente della mia età?
Che senso ha parlare di leadership a manager che hanno superato la soglia dei 60 anni?
E va bene che siamo nell’era della long life learning ma non sarebbe meglio partire prima?
Non sarebbe meglio dire ai futuri ingegneri che il loro successo professionale non dipenderà dal voto conseguito nell’esame di analisi e che con le persone non sempre i conti tornano?
Non sarebbe meglio se la scuola la smettesse di essere un semplice distributore di nozioni ed iniziasse ad assolvere al proprio ruolo educativo?

Educare, da educere, significa tirar fuori le potenzialità, o meglio aiutare le persone a coltivare il proprio talento.
Talento: che parola meravigliosa! Purtroppo oggi i ragazzi non la associano alla scuola o ai propri insegnanti ma alla TV, a gente come Maria de Filippi o, peggio ancora, Morgan.  :(
Il talento è l’inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività. Tutti riceviamo questo dono anche se assume forme diverse e la scuola dovrebbe aiutare i ragazzi a scoprire e coltivare il proprio dono. Amore, fiducia e lavoro sono gli alimenti principali del talento.
Abbiamo bisogno di insegnanti che amino il proprio lavoro, ma soprattutto che diano fiducia ai ragazzi e li aiutino a credere in se stessi. In questo modo potrà crescere una generazione veramente respons-abile, cioè abile di trovare risposte e non solo alibi o scorciatoie.

La prova di quanto la scuola sia distante dal proprio ruolo educativo è stata fornita recentemente da Gioseppe Remussi, un luminare di medicina che, dopo aver sostenuto da “infiltrato” il test di ammissione alla facoltà di medicina, ha denunciato in un articolo l’insensatezza di quella prova.

Scrive Remussi: “Non so se l’avrei passato l’esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro”.  

Già, chissà quanti potenziali luminari di medicina ci stiamo perdendo a causa di questi stupidi test!

“Fare il dottore - aggiunge Remussi - è un po’ come fare il cuoco o guidare l’aereo, bisogna essere portati: chi è troppo introverso o troppo scontroso o troppo facile a seccarsi è bene che non ci provi nemmeno. E anche chi non è disponibile a studiare tutta la vita. Insomma, certi non vanno bene anche se sanno l’origine della tragedia greca.” 

Nessuno si chiede se quegli studenti diligenti che hanno risposto correttamente a tutte le domande dei test d’ingresso di medicina abbiano veramente il talento per diventare dei bravi medici.

Concordo con Remussi riguardo al fatto che i test siano antiquati: inglese e nuove tecnologie sono i grandi assenti. Concordo anche sulla proposta di seguire l’esempio della Francia dove tutti sono ammessi al primo anno. E dopo questo atto di fiducia c’è il momento della responsabilità: la selezione viene fatta al secondo anno.
In Francia c’è la cultura dell’orientamento professionale, quello vero, non come in Italia dove l’orientamento coincide con la gita tra le varie facoltà e campus per vedere come funzionano. Così, dopo le nozioni la scuola fornisce informazioni.
Ma le domande, quelle vere, quelle che riguardano le passioni, le motivazioni, le attitudini dei ragazzi dove stanno?

Quando facevo la supplente di filosofia durante un’interrogazione chiesi ad un ragazzo cosa pensava del pensiero di un filosofo e lui rispose con stupore: “Nessuno mi ha mai chiesto il mio parere su ciò che studio”.  :(

Lo ammetto, l’insegnamento mi manca un pochino e se tornassi a svolgere quella professione farei la felicità di mia madre . Lei spera sempre che io riesca a trovare un lavoro “serio” e settimana scorsa mi ha suggerito di tentare il concorso che pare verrà indetto a breve. Peccato non vi sia proprio nulla di serio in un concorso che premia aspiranti o vecchi insegnanti con una cattedra.   :(

Pubblicato da admin il 2/09/2012

Filed under Affari generali, Persone e professioni | | Nessun Commento »

Quali supereroi salveranno le imprese famigliari?

 

La settimana scorsa sono capitata per caso sulla pagina facebook di Foto Marvellini, due giovani milanesi a cui è venuta la curiosa idea di trasformare le foto d’epoca in antenati dei supereroi.
Immediatamente ho pensato a tutti quei figli di imprenditori che stanno facendo il proprio ingresso nell’azienda di famiglia oppure sono al passaggio di consegne.
Chissà quale-i supereroe-i metterebbero nella proprio foto di famiglia?
In fondo ogni imprenditore è un eroe che affronta un’impresa superando ostacoli, crisi e combattendo con nemici (i concorrenti) ed è dotato di superpoteri come la visione a lungo termine, la determinazione, la capacità di attrarre le persone giuste… Ma c’è una bella differenza tra sentirsi discendenti di Batman, l’Uomo Ragno, Gundam … già, perché ciascuno di questi supereroi incarna valori diversi e spesso proprio a questo livello profondo si crea la frattura che mina la sopravvivenza delle aziende di famiglia.

Un’altra questione importante è: ma il giovane eroe come si sente nei panni del supereroe? Il mantello di Batman è troppo lungo e ha paura di inciampare oppure la maschera dell’uomo ragno è troppo stretta e rischia di farlo soffocare?
In entrambi i casi l’eccesso di amore dell’imprenditore nei confronti delle proprie “creature” può indurlo a non riconoscere i limiti del figlio o i suoi talenti che lo porterebbero ad essere felice in un’altra dimensione. È legittimo il desiderio di vedere le proprie creature unite (figlio e azienda) ma in alcuni casi è deleterio per entrambe.  

Ho incontrato figli a cui basta il ruolo comodo di comparsa nella storia dell’azienda famigliare. Sono quei rampolli viziati che vanno in azienda solo perché così il papi compra il porschettino. D’altro canto ci sono anche i vecchi supereroi che non mollano il mantello, vivono dei ricordi di antiche imprese, impediscono ai figli di compierne nuove perché si ostinano a sconfiggere i nemici con la vecchia ragnatela o la pistola laser. Ma intanto il mondo è cambiato, le sfide sono più impegnative i nemici si sono dotati di macchine e strumenti più potenti. 
E a proposito di potere non posso che chiudere con una citazione tratta dal film Uomo ragno: “da un grande potere deriva una grande responsabilità.”
Essere imprenditori richiede un forte senso di responsabilità nei confronti della propria famiglia, della propria azienda ma anche del proprio Paese.
Il 17 maggio farò un breve intervento nel seminario sulle imprese famigliari di Weissman presso il Kilometro Rosso, il parco tecnologico creato da un grande imprenditore bergamasco, Alberto Bombassei.
Chissà qual’è il suo supereroe preferito?

Pubblicato da admin il 7/05/2012

Filed under Affari generali, Agenda, Il mio ufficio HR, Persone e professioni | | Nessun Commento »

Uno, nessuno, centomila Vodafone

Uno

A luglio 2011, quando acquistai una Vodafone Station pensavo di aver accordato la mia fiducia ad una sola azienda, ma in realtà di unico e puntuale finora c’è stato solo il prelievo bimestrale dalla mia carta di credito a favore di Vodafone.

Poi, dopo due giorni dall’acquisto, ebbi la malaugurata idea di chiedere se potevo cambiare l’indirizzo di installazione della Vodafone Station. “Non c’è nessun problema”: rispose la commessa del centro Vodafone. La sua sicurezza non faceva presagire quanto sarebbe accaduto in futuro.

Pur pagando regolarmente una Vodafone Station fino ad aprile 2012 sono riuscita solo ad usare la chiavetta perché la Station non ha mai funzionato proprio a causa della mia decisione di cambiare indirizzo.  Potevate dirmelo però!

Centomila

Nel frattempo ho ricevuto una serie di chiamate dal call center Vodafone a cui ogni volta ho raccontato la mia storia e comunicato il nuovo indirizzo.

Ogni volta ho avuto la sensazione di parlare con diverse aziende.

Ne ho avuto conferma quando mi sono avvalsa del servizio di assistenza via facebook. Ho compilato il form indicando il mio cellulare (per fortuna per il cellulare ho Wind) e sono stata prontamente richiamata da una gentile signorina che mi ha chiamato per nome. Forse così le hanno insegnato nei corsi per dare importanza all’utente facendolo sentire una persona e non un semplice utente.  ;)  Ed ammetto che ha funzionato tanto che ho compilato un questionario di soddisfazione facendo i complimenti per il servizio. La signorina Vodafone mi ha suggerito di disdire la mia Vodafone Station con raccomandata rispondendo alla mia preoccupazione (”Ma non resterò senza Internet? Sa, io ne ho bisogno per il mio lavoro”) con la promessa di inviarmi un’altra Station tempestivamente.

Nessuno

Purtroppo la promessa non è stata mantenuta. Così una sera, mentre stavo finendo un lavoro, PUFF la linea si è interrotta lasciandomi a metà del lavoro.    :(

Il giorno dopo ho contattato il servizio clienti Vodafone via twitter per segnalare la cosa e di nuovo ho ricevuto un’altra promessa.

La ormai mitica Vodafone Station è arrivata dopo una settimana (venerdì 20 aprile). Preallertata telefonicamente della consegna non mi sono mossa di casa.  Ho anche risposto all’sms di attivazione della sim, ho seguito passo passo la procedura consigliata, ho perfino chiesto supporto ad un vicino più esperto, dubitando delle mie capacità intellettive, ma niente! Anche questa volta niente internet.

Così sabato 21 aprile ho di nuovo segnalato la cosa al servizio Vodafone via Twitter. Per la verità, ho sempre trovato persone cortesi e dinamiche, peccato che con la loro simpatia io non sia riuscita a connettermi a internet. Ecco un esempio di distonia emotiva, la principale causa di perdita di un cliente.

Puoi anche chiamare per nome un cliente fingendo che hai a cuore il suo bisogno ma se poi non lo soddisfi non solo produci insoddisfazione ma anche la sensazione di esserti preso gioco di lui. Avrei usato un’espressione più colorita ma sono una signora.

Ecco l’epilogo della mia vicenda

Sabato ho trascorso tutto il giorno a casa in attesa della chiamata di un tecnico promessa dal servizio Vodafone via twitter ma ad oggi, giovedì 26 aprile, nessun tecnico si è fatto vivo da Vodafone. Forse si aspettano che io chiami il servizio a pagamento? Credo di aver già pagato abbastanza.

Ho già pagato tante bollette in cambio di mezzo servizio, ho pagato la raccomandata e se non mi affretto a restituire le due Vodafone station dovrò pagare più di 200 € per averle “sequestate”.

Ah già, quasi dimenticavo: e il tempo? Già il tempo perso a causa del disservizio Vodafone nessuno potrà restituirmelo.

Pubblicato da admin il 27/04/2012

Filed under Affari generali, I miei acquisti | | Nessun Commento »

Più spazio per i nostri sogni

Ho iniziato il 2011 creando una pagina fan su facebook dal titolo “il lavoro che sogno” che finora ha ottenuto più di 200 “mi piace” ed ora chiudo l’anno con un capitolo dell’ultimo libro di Mario Calabresi, Cosa tiene accese le stelle (bellissimo!).
Il capitolo è intitolato, guarda caso, Perché abbiamo bisogno di un sogno.

Si apre così:
Oggi, ciò che manca di più agli italiani è lo spazio, uno spazio fisico ma anche mentale, che significa possibilità, futuro e speranze. Per decenni questa sensazione di apertura è stata il motore dela nostra crescita e lo stimolo a pensare positivo…”
e si chiude con questa lucida quanto spietata analisi di Juan Carlos De Martin: “Se uno prova a compiere un’analisi minuta dei passaggi necessari per fare qualsiasi cosa si scoraggia, sia che si tratti di aprire un’attività, di condurre una ricerca o di organizzare un corso universitario. Ti rendi conto che spesso devi provare e riprovare, scontrarti con la mancanza di risposte, con muri di silenzio e, se insisti troppo, allora risulti offensivo per cui devi sempre perdere del tempo e spesso finisci per desistere, per chiederti chi te lo fa fare. In Italia non basta avere un’idea e la competenza tecnica per realizzarla: questo è il meno, è una cosa relativamente semplice; qui le energie non le spendi sul prodotto ma nella costruzione di reti di conoscenza, negli adempimenti burocratici, fiscali ed amministrativi, in decine di tavoli, trattative e riunioni. L’Italia non avrebbe bisogno di grandi riforme, ma di semplificazioni, di rendere i meccanismi più efficienti e rispettosi del lavoro e degli sforzi delle persone. Chi in Italia ce la fa, senza aiuti e senza raccomandazioni, ha dovuto fare uno sforzo dieci volte superiore che all’estero.”

Quest’anno ho avuto il piacere di colaborare con Bergamo Formazione, l’azienda speciale della Camera del Commercio di Bergamo e l’ Incubatore d’Impresa dove ho incontrato persone che  ogni giorno si impegnano per tenere accesa qualche stella e semplificano la vita di chi ha un sogno imprenditoriale, competenza e tanta volontà.
Il prossimo anno collaborerò di nuovo con loro al progetto Start, un’iniziativa rivolta a disoccupati, inoccupati, cassaintegrati e lavoratori in mobilità che intendono avviare un’attività in forma d’impresa.
Qui porterò le mie competenze di orientatrice ma anche l’esperienza sul campo della titolare di partita IVA: i miei errori e le mie scoperte.
Sono progetti come questo che danno senso al mio lavoro. Nel suo libro Mario Calabresi mi ha suggerito una risposta alla domanda: che lavoro fai? Io faccio un pò di spazio per i miei sogni e quelli altrui  ;) 

Pubblicato da admin il 30/12/2011

Filed under Affari generali, Il mio R&D, Persone e professioni, Sala corsi | | 1 Commento »

lamiacarriera.it torna online!

Non avrei mai pensato che un blog potesse mancarmi così. Ogni volta che entravo in internet e vedevo la pagina bianca mi sembrava di aver perso una parte di me. Mmmmm sarò un caso clinico? Lo chiederò alle mie clienti psicologhe. :D  
Per tre settimane, causa trasferimento di proprietà del dominio, il mio blog è stato offline, ma finalmente questa notte, grazie alla pazienza e competenza del mio amico  Gianluca Carrara , un fantastico software developer e  web enegineer, sono di nuovo online!
Dal mio ultimo post ho fatto, visto, scoperto tante cose e non vedo l’ora di pubblicare nuovi post, ma lo farò nei prossimi giorni.
Oggi finisco di scrivere l’ articolo promesso agli Alumni MIP e poi volo a Milano per trascorrere una giornata con mamma, sorella e la mia nipotina. Questo è uno dei privilegi di essere una “precaria di lusso”  ;)
Oltre a Gianluca ringrazio di cuore Jobrapido per avermi aiutato a creare questo blog nel 2008 .

Pubblicato da admin il 4/11/2011

Filed under Affari generali | | 6 Commenti »

Dimmi che fiaba ami e ti dirò chi sei

lucetta.jpg

Questa mattina al mio rientro in ufficio ho letto il bellissimo post di Luca Vanin sul Gatto con gli stivali ed il personal Branding.
Luca dice che quella del gatto con gli stivali è sempre stata una delle sue fiabe preferite e oggi ci (e forse si) rivela perché.

Eric Berne, il teorizzatore dell’analisi transazionale, sostiene che la nostra fiaba preferita contiene la nostra visione della vita ed il copione che tendiamo a replicare.

Ripensando alle mie fiabe preferite non trovo nessuna principessa, ma solo personaggi che hanno qualcosa di magico, che portano doni e spesso volano via prima del “grazie”. ( Lo so :(  me la sono cercata la battuta: un pò come la befana :D )
Tali sono le protagoniste delle fiabe che io stessa scrivo e dove rappresento ciò che mi accade. Scrivere fiabe mi aiuta ad osservare le cose dalla giusta distanza e a trovare una soluzione come accade con i labirinti. Finché ci sei dentro è dura trovare la via d’uscita ma le cose cambiano se puoi osservarli dall’alto. 
Per la prima volta racconto una delle mie fiabe o, come amo definirle, “metaforelle”.

Fatina Luce
C’era una volta un re. Non era forte e bello come i re che solitamente compaiono nelle favole, ma era molto furbo e, grazie a questo, oltre che alla buona sorte, aveva potuto estendere il proprio regno a danno dei reami vicini.
Il re aveva un figlio piccolo, gracile e, per la verità, neppure molto sveglio.
Ogni giorno il re conduceva il principe sulla torre più alta del castello e diceva: “Presto questo regno sarà tuo, ma devi dimostrare di meritarlo e di essere forte come tuo padre.”
Il principino non sapeva come fare:  si sforzava di assomigliare al padre, assumendo la stessa postura e riproducendo gli stessi atteggiamenti ed espressioni, ma quando si guardava allo specchio vedeva riflessa sempre la stessa fragile immagine.
Un giorno, mentre passeggiava nel bosco il principe scorse una scia luminosa. Incuriosito, la seguì e vide che ogni cosa, al passaggio della scia, diveniva più bella: fiori, frutti, erba divenivano più rigogliosi e perfino gli animali acquisivano sembianze inaspettate.
Ad un tratto la  scia si fermò; il principe si diresse verso il luogo da cui proveniva la luce e su un fiore scorse una fatina. Piacevolmente sorpreso da quella scoperta, il principe si avvicinò lentamente al fiore e rassicurò la fatina, dicendo che non era sua intenzione farle del male.
Il principe e la fatina divennero presto amici, tanto che il principe si confidò con lei, illustrando il suo problema: “Mio padre mi vorrebbe forte e coraggioso come lui, mentre io sono gracile e temo perfino la mia ombra”.
“ Non ti preoccupare- rispose la fatina – ti aiuterò io. Possiedo dei poteri magici. Tutto ciò su cui volo si trasforma e riceve una nuova energia. Vuoi apparire forte? Ebbene, io volerò su di te, infondendoti una luce nuova, che ti farà apparire come tu desideri”.
Il principe non credeva alle proprie orecchie, condusse la fatina al castello e le fece riservare una stanza, per la verità un po’ troppo grande per lei, che occupava uno spazio assai ridotto.
Il principe e la fatina trascorrevano molto tempo insieme ed il re notava con soddisfazione uno strano cambiamento nel figlio.
Il principe diveniva ogni giorno più sicuro di sé, anzi lo divenne a tal punto che iniziò a trattare tutti con boria e distacco, tanto che i sudditi lo presero in odio e non perdevano occasione per dire male di lui. Tutto ciò rattristò profondamente la fatina, che decise di essere franca con il principe: “Questo tuo atteggiamento non mi piace, caro amico, a lungo andare ti condurrà alla rovina. Devi conquistare i tuoi sudditi con l’amore e non dominarli con il timore”.
Queste parole non giunsero al cuore del principe, ormai accecato dalla boria e dalle lusinghe del giullare di corte, un individuo sordido che, aspirando al ruolo di cancelliere di corte, si era finto suo amico.
Così il principe, offeso dalle parole della fatina, decise che era giunto il momento di sbarazzarsi di lei e, in occasione del più importante ballo di corte dell’anno, la rinchiuse in un barattolo.
La fatina pianse a lungo, si disperò e cercò anche di forzare il barattolo, ma senza alcun risultato. Ma ad un tratto ecco sopraggiungere un idea: sarebbe bastato agitare le ali , la luce ed il calore prodotti avrebbero sciolto le pareti del barattolo. E così fu: la fatina si liberò dalla propria prigionia e volò in cielo.
Quando il principe scoprì la fuga esclamò: “ Beh, in fondo quella fatina non mi serve più, sono forte ora!”. Così dicendo si diresse con passo tronfio verso lo specchio, ma con grande  spavento vi vide riflessa la vecchia immagine gracile e malaticcia! Per la vergogna il principino fuggì nella torre più remota del castello e nessuno lo vide più.
E la fatina? Che ne è stato di lei?
Forse voi non lo sapete, ma tutti possiamo contemplare il frutto della sua attività: ogni notte infatti vola di stella in stella, infondendovi la sua luce e se scrutate il cielo con attenzione potete a volte scorgere un luccichio più intenso. Ebbene lì trova temporaneo riposo il volo di  Fatina Luce.
 
Ho scritto questa fiaba al termine di una mia esperienza professionale e solo oggi, che “me ne intendo di storytelling” vi trovo tutti gli elementi dello schema narrativo canonico (eroe, impresa, avversario, conflitto, tesoro, trauma, oggetto magico, aiutante, nozze finali) anche se nulla è ciò che appare all’inizio.
Il principino voleva essere l’eroe ma non ne aveva la stoffa e così si è trasformato in antagonista. La fatina doveva essere l’aiutante ma poi, in assenza di un eroe, ha assunto lei stessa questo ruolo.
Il mio tesoro? La libertà di essere quella che sono!    :)

(P.S. La foto viene da Flickr L’ho trovata tempo fa e non ricordo l’autore e se qualcuno lo conosce sarò lieto di citarlo.)  

Pubblicato da admin il 25/07/2011

Filed under Affari generali, Persone e professioni, Sala corsi | | 1 Commento »

Padri, figli e patrimoni…

perego1.png

“Nella mia famiglia lavoriamo tutti da generazioni. Mio nonno ha costruito il capannone piccolo, mio padre il capannone grande, ioooooo il capannone grandissimo. Mio figlio… si droga. Ha scoperto che non riuscirà mai a fare un capannone più grande del mio”
Quando si parla di passaggio generazionale mi viene sempre in mente Perego, uno dei personaggi più divertenti di Antonio Albanese. 
Dal sorriso agrodolce passo poi all’amaro quando osservo i dati relativi alla sorte delle aziende famigliari.
Pare che solo il 10% delle aziende famigliari sopravviva dopo 5 anni e del 10% che resiste solo il 12% riesce ad arrivare alla III generazione.
Ho appreso questi dati durante il convegno organizzato da Atema (l’associazione di temporary management) e Aidaf (associazione italiana delle aziende famigliari) a Erbusco presso la tenuta Bellavista, l’azienda vinicola di Vittorio Moretti.
Vittorio Moretti possiede aziende di costruzioni e aziende vinicole dove operano, in ambiti diversi, anche le tre figlie. L’azienda e la famiglia sono cose ben distinte. Questo è il presupposto che ha guidato Vittorio Moretti nell’attuazione del patto di famiglia, uno strumento utile per la gestione del passaggio generazionale.
La famiglia - ha aggiunto un altro imprenditore - è sede degli affetti, di uguaglianze e unioni, l’azienda è la sede delle performance, delle differenze, della competizione” e ha proseguito dicendo che i propri figli hanno caratteristiche e attitudini diverse ma, ora cito di nuovo le sue parole, “sanno che siamo una squadra e  soprattutto che non permetterò a nessuno di distruggere quello che ho costruito!”.
C’era tanta passione in queste parole, probabilmente la stessa che l’ha portato a costruire un’azienda oggi quotata in borsa a partire dal piccolo laboratorio sotto casa.  
Già… eppure non è facile. L’imprenditore italiano che ha costruito il capannone vorrebbe un figlio che ne costruisce un altro più grande, ma se il figlio vuol fare il cuoco, l’infermiere o il prete che succede? Forse è anche peggio quando il figlio non ha aspirazioni professionali o non ha la forza di perseguirle. In azienda è il figlio del padrone, non un semplice collega ma neppure un futuro leader. E che dire poi del rapporto tra fratelli: quando il maggiore viaggia ad una velocità nettamente superiore a quella del fratellino che segue la scia?
Quando poi tutta la famiglia (padre, madre, figli) è coinvolta nella gestione dell’azienda le dinamiche diventano ancora più difficili da gestire e non mi ha stupito sapere che una percentuale significativa dei fallimenti delle aziende è dovuto proprio al passaggio generazionale.

L’anno scorso durante un corso all’ordine degli psicologi ho incontrato una commercialista che ha studiato psicologia specializzandosi nella gestione del passaggio generazionale. Credo che questo processo richieda professionisti di questo tipo che non si preoccupano solo di far quadrare i conti e degli aspetti legali ma che sappiano gestire le dinamiche emotive e i non detti.

Pubblicato da admin il 13/06/2011

Filed under Affari generali, Persone e professioni | | 1 Commento »

Di chi è la colpa se non si vende?

puzz.jpg 

Ieri ho partecipato ad un interessante incontro all’Unione industriali di Brescia dove un imprenditore ha ammesso che spesso quando non ci sono risultati di vendita si pensa subito a cambiare il venditore mentre in realtà ci si dovrebbe chiedere se l’azienda offre tutti gli strumenti utili per supportare adeguatamente l’attività di vendita.
FINALMENTE!
Allora mi è venuta in mente una storiella raccontatami da un esperto venditore:

I nemici attaccano il regno di Napoli e il capitano delle guardie si reca dal re e dice: “Sire i nemici ci attaccano!”
E il re risponde: “Pigliate i cannoni”
Il capitano: “Sire non ci stanno i cannoni”
Il re: “Pigliate i fucili”
il capitano: “Non ci stanno i fucili”
Il re: “Pigliate e spade”
Il capitano: “E nun ce stanno manco e spade”
Il re allora risponde: ” E FACITE A FACCIA SCURA!”

Spesso si tende a scaricare la colpa per la mancanza di risultati sui venditori come se la vendita dipendesse esclusivamente  da loro. E’ poco diffusa la consapevolezza che TUTTA L’AZIENDA VENDE!

Ne parlavamo proprio lunedì a Modena durante un corso con un team misto di venditori e product manager.

Pubblicato da admin il 11/03/2011

Filed under Affari generali, Io vendo, Sala corsi | | 2 Commenti »

Cosa ti frena?

cosmopolitan.JPG 

Come trasformare un hobby in lavoro?
La mia amica Manuela Longo, creatrice del blog Inventalavoro e del libro pink, è un’esperta in materia.
Per il suo articolo pubblicato a febbraio su Cosmopolitan Manuela mi ha chiesto di rispondere a questa domanda: Quali sono i pensieri con cui le persone si autosabotano quando si tratta di trasformare una passione in lavoro?
Ecco quelle che sento più frequentemente:  

E’ solo un sogno e con i sogni non si mangia!
In realtà, spesso dietro questo atteggiamento “maturo” si cela la paura: paura di fallire, del giudizio della gente, di vedere infrante le proprie illusioni.
Vivere una vita senza sogni può dare l’illusione di vivere al riparo dal dolore, ma è un po’ come pretendere di ripararsi dalla pioggia sotto una tettoia piena di fori. Per un po’ resti all’asciutto, ma poi la pioggia aumenta, poco alla volta il livello dell’acqua sotto i tuoi piedi cresce e gli abiti si inzuppano. E allora ti chiedi se non valeva la pena rischiare qualche gocciolina per trovare un luogo migliore dove stare.

Non ho un santo in paradiso (ovvero un parente al posto giusto)
L’antidoto è offerto dai social network, strumenti che, se usati nel modo giusto, offrono la possibilità di essere visibili senza grandi investimenti pubblicitari e soprattutto di catturare l’attenzione di uno sponsor. Puoi citare il tuo caso di libri nati da un blog (ne conosci per caso uno? ;) )
 

Ormai è troppo tardi per cambiare vita.
Un ottimo antidoto è offerto dalla storia di Joseph DeLeeuw.
Joseph DeLeeuw ha 86 anni ed è un pediatra, ma la cosa più sorprendente è che ha iniziato a svolgere l’attività di medico all’età di 63 anni, solo dopo aver superato una serie di ostacoli e battute d’arresto.
Durante la seconda guerra mondiale si trasferì con la famiglia dall’Olanda negli Stati Uniti dove aprì un magazzino che venne distrutto da un’esplosione. Iniziò a frequentare le scuole serali e finalmente a 57 anni si diplomò con il massimo dei voti. Chiese al fratello medico una raccomandazione per iscriversi all’università, ma nessuna università Americana accettò la sua iscrizione. Joe continuò la sua ricerca finché non venne accettato presso una scuola di medicina nella Repubblica domenicana.
Dopo la laurea iniziò a lavorare presso il Beth Israel Hospital a Manhattan dove svolgeva il turno di notte al pronto soccorso con altri colleghi trentenni.
A 66 anni Joe realizzò il proprio sogno: “Fin dall’età di 10 anni – spiega - ho desiderato essere un medico ed aiutare le persone povere ed ammalate”.
Nel 1983 Joseph DeLeeuw aprì una clinica per bambini dove lavora sette giorni a settimana, aiutando i poveri per $20 a visita ed è felice.
Cambiare lavoro è dunque possibile ad ogni età.

Realizzare il proprio sogno professionale è possibile anche se le condizioni di partenza non sembrano giocare a nostro favore. Non sto dicendo che è facile, ma solo che è possibile. Lo dimostrano le storie vere raccontate da Manuela nel suo articolo: da quella della ormai nota Tarina Tarantino, designer di gioielli e accessori, a quella di Elena e Simona, creatrici di Disindustrial.  

Pubblicato da admin il 9/03/2011

Filed under Affari generali, Il mio R&D, Il mio ufficio HR, Persone e professioni | | 5 Commenti »

Quando il lavoro ti mette le catene

arbeit.jpg

Dopo aver risposto alla domande sulla soddisfazione e motivazione qualcuno mi ha scritto dicendo di aver scoperto di essere al tempo stesso insoddisfatto e demotivato. Molti resistono per molto tempo, troppo tempo in questo stato.
Lo so che il paragone con i campi di concentramento nazisti potrà sembrare eccessivo eppure credo che l’immagine della scritta “il lavoro rende liberi” posta all’entrata dei campi nazisti esprima la paradossalità della situazione vissuta da molte persone che si sentono prigioniere del proprio lavoro o di un ruolo, una professione che non permette loro di esprimere il proprio talento.
Cosa ci imprigiona? A volte lo stipendio (se è fisso ed elevato è difficile metterlo a rischio), a volte il cv (non puoi pretendere che ti offrano un lavoro diverso da quello che hai svolto finora se non offri degli elementi per capire che potresti e vorresti fare altro), a volte le nostre paure, a volte la mancanza di consapevolezza, a volte è l’idea stessa che abbiamo del lavoro che ci impedisce di essere felici.

Pubblicato da admin il 10/02/2011

Filed under Affari generali, Sala corsi | | Nessun Commento »

Next Page »