
Questa mattina al mio rientro in ufficio ho letto il bellissimo post di Luca Vanin sul Gatto con gli stivali ed il personal Branding.
Luca dice che quella del gatto con gli stivali è sempre stata una delle sue fiabe preferite e oggi ci (e forse si) rivela perché.
Eric Berne, il teorizzatore dell’analisi transazionale, sostiene che la nostra fiaba preferita contiene la nostra visione della vita ed il copione che tendiamo a replicare.
Ripensando alle mie fiabe preferite non trovo nessuna principessa, ma solo personaggi che hanno qualcosa di magico, che portano doni e spesso volano via prima del “grazie”. ( Lo so
me la sono cercata la battuta: un pò come la befana
)
Tali sono le protagoniste delle fiabe che io stessa scrivo e dove rappresento ciò che mi accade. Scrivere fiabe mi aiuta ad osservare le cose dalla giusta distanza e a trovare una soluzione come accade con i labirinti. Finché ci sei dentro è dura trovare la via d’uscita ma le cose cambiano se puoi osservarli dall’alto.
Per la prima volta racconto una delle mie fiabe o, come amo definirle, “metaforelle”.
Fatina Luce
C’era una volta un re. Non era forte e bello come i re che solitamente compaiono nelle favole, ma era molto furbo e, grazie a questo, oltre che alla buona sorte, aveva potuto estendere il proprio regno a danno dei reami vicini.
Il re aveva un figlio piccolo, gracile e, per la verità, neppure molto sveglio.
Ogni giorno il re conduceva il principe sulla torre più alta del castello e diceva: “Presto questo regno sarà tuo, ma devi dimostrare di meritarlo e di essere forte come tuo padre.”
Il principino non sapeva come fare: si sforzava di assomigliare al padre, assumendo la stessa postura e riproducendo gli stessi atteggiamenti ed espressioni, ma quando si guardava allo specchio vedeva riflessa sempre la stessa fragile immagine.
Un giorno, mentre passeggiava nel bosco il principe scorse una scia luminosa. Incuriosito, la seguì e vide che ogni cosa, al passaggio della scia, diveniva più bella: fiori, frutti, erba divenivano più rigogliosi e perfino gli animali acquisivano sembianze inaspettate.
Ad un tratto la scia si fermò; il principe si diresse verso il luogo da cui proveniva la luce e su un fiore scorse una fatina. Piacevolmente sorpreso da quella scoperta, il principe si avvicinò lentamente al fiore e rassicurò la fatina, dicendo che non era sua intenzione farle del male.
Il principe e la fatina divennero presto amici, tanto che il principe si confidò con lei, illustrando il suo problema: “Mio padre mi vorrebbe forte e coraggioso come lui, mentre io sono gracile e temo perfino la mia ombra”.
“ Non ti preoccupare- rispose la fatina – ti aiuterò io. Possiedo dei poteri magici. Tutto ciò su cui volo si trasforma e riceve una nuova energia. Vuoi apparire forte? Ebbene, io volerò su di te, infondendoti una luce nuova, che ti farà apparire come tu desideri”.
Il principe non credeva alle proprie orecchie, condusse la fatina al castello e le fece riservare una stanza, per la verità un po’ troppo grande per lei, che occupava uno spazio assai ridotto.
Il principe e la fatina trascorrevano molto tempo insieme ed il re notava con soddisfazione uno strano cambiamento nel figlio.
Il principe diveniva ogni giorno più sicuro di sé, anzi lo divenne a tal punto che iniziò a trattare tutti con boria e distacco, tanto che i sudditi lo presero in odio e non perdevano occasione per dire male di lui. Tutto ciò rattristò profondamente la fatina, che decise di essere franca con il principe: “Questo tuo atteggiamento non mi piace, caro amico, a lungo andare ti condurrà alla rovina. Devi conquistare i tuoi sudditi con l’amore e non dominarli con il timore”.
Queste parole non giunsero al cuore del principe, ormai accecato dalla boria e dalle lusinghe del giullare di corte, un individuo sordido che, aspirando al ruolo di cancelliere di corte, si era finto suo amico.
Così il principe, offeso dalle parole della fatina, decise che era giunto il momento di sbarazzarsi di lei e, in occasione del più importante ballo di corte dell’anno, la rinchiuse in un barattolo.
La fatina pianse a lungo, si disperò e cercò anche di forzare il barattolo, ma senza alcun risultato. Ma ad un tratto ecco sopraggiungere un idea: sarebbe bastato agitare le ali , la luce ed il calore prodotti avrebbero sciolto le pareti del barattolo. E così fu: la fatina si liberò dalla propria prigionia e volò in cielo.
Quando il principe scoprì la fuga esclamò: “ Beh, in fondo quella fatina non mi serve più, sono forte ora!”. Così dicendo si diresse con passo tronfio verso lo specchio, ma con grande spavento vi vide riflessa la vecchia immagine gracile e malaticcia! Per la vergogna il principino fuggì nella torre più remota del castello e nessuno lo vide più.
E la fatina? Che ne è stato di lei?
Forse voi non lo sapete, ma tutti possiamo contemplare il frutto della sua attività: ogni notte infatti vola di stella in stella, infondendovi la sua luce e se scrutate il cielo con attenzione potete a volte scorgere un luccichio più intenso. Ebbene lì trova temporaneo riposo il volo di Fatina Luce.
Ho scritto questa fiaba al termine di una mia esperienza professionale e solo oggi, che “me ne intendo di storytelling” vi trovo tutti gli elementi dello schema narrativo canonico (eroe, impresa, avversario, conflitto, tesoro, trauma, oggetto magico, aiutante, nozze finali) anche se nulla è ciò che appare all’inizio.
Il principino voleva essere l’eroe ma non ne aveva la stoffa e così si è trasformato in antagonista. La fatina doveva essere l’aiutante ma poi, in assenza di un eroe, ha assunto lei stessa questo ruolo.
Il mio tesoro? La libertà di essere quella che sono!
(P.S. La foto viene da Flickr L’ho trovata tempo fa e non ricordo l’autore e se qualcuno lo conosce sarò lieto di citarlo.)