A scuola sempre più nozioni e meno talento

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Di tanto in tanto mi concedo una pausa per ascoltare, osservare, riflettere e, perché no, per chiedermi che senso ha ciò che faccio.
Già, che senso ha spiegare cosa sono le soft skill e come funzionano a gente della mia età?
Che senso ha parlare di leadership a manager che hanno superato la soglia dei 60 anni?
E va bene che siamo nell’era della long life learning ma non sarebbe meglio partire prima?
Non sarebbe meglio dire ai futuri ingegneri che il loro successo professionale non dipenderà dal voto conseguito nell’esame di analisi e che con le persone non sempre i conti tornano?
Non sarebbe meglio se la scuola la smettesse di essere un semplice distributore di nozioni ed iniziasse ad assolvere al proprio ruolo educativo?

Educare, da educere, significa tirar fuori le potenzialità, o meglio aiutare le persone a coltivare il proprio talento.
Talento: che parola meravigliosa! Purtroppo oggi i ragazzi non la associano alla scuola o ai propri insegnanti ma alla TV, a gente come Maria de Filippi o, peggio ancora, Morgan.  :(
Il talento è l’inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività. Tutti riceviamo questo dono anche se assume forme diverse e la scuola dovrebbe aiutare i ragazzi a scoprire e coltivare il proprio dono. Amore, fiducia e lavoro sono gli alimenti principali del talento.
Abbiamo bisogno di insegnanti che amino il proprio lavoro, ma soprattutto che diano fiducia ai ragazzi e li aiutino a credere in se stessi. In questo modo potrà crescere una generazione veramente respons-abile, cioè abile di trovare risposte e non solo alibi o scorciatoie.

La prova di quanto la scuola sia distante dal proprio ruolo educativo è stata fornita recentemente da Gioseppe Remussi, un luminare di medicina che, dopo aver sostenuto da “infiltrato” il test di ammissione alla facoltà di medicina, ha denunciato in un articolo l’insensatezza di quella prova.

Scrive Remussi: “Non so se l’avrei passato l’esame di ammissione, forse no, di domande ne ho sbagliate almeno quindici. E avrei dovuto rinunciare a tutto quello che ho avuto dal mio meraviglioso lavoro”.  

Già, chissà quanti potenziali luminari di medicina ci stiamo perdendo a causa di questi stupidi test!

“Fare il dottore - aggiunge Remussi - è un po’ come fare il cuoco o guidare l’aereo, bisogna essere portati: chi è troppo introverso o troppo scontroso o troppo facile a seccarsi è bene che non ci provi nemmeno. E anche chi non è disponibile a studiare tutta la vita. Insomma, certi non vanno bene anche se sanno l’origine della tragedia greca.” 

Nessuno si chiede se quegli studenti diligenti che hanno risposto correttamente a tutte le domande dei test d’ingresso di medicina abbiano veramente il talento per diventare dei bravi medici.

Concordo con Remussi riguardo al fatto che i test siano antiquati: inglese e nuove tecnologie sono i grandi assenti. Concordo anche sulla proposta di seguire l’esempio della Francia dove tutti sono ammessi al primo anno. E dopo questo atto di fiducia c’è il momento della responsabilità: la selezione viene fatta al secondo anno.
In Francia c’è la cultura dell’orientamento professionale, quello vero, non come in Italia dove l’orientamento coincide con la gita tra le varie facoltà e campus per vedere come funzionano. Così, dopo le nozioni la scuola fornisce informazioni.
Ma le domande, quelle vere, quelle che riguardano le passioni, le motivazioni, le attitudini dei ragazzi dove stanno?

Quando facevo la supplente di filosofia durante un’interrogazione chiesi ad un ragazzo cosa pensava del pensiero di un filosofo e lui rispose con stupore: “Nessuno mi ha mai chiesto il mio parere su ciò che studio”.  :(

Lo ammetto, l’insegnamento mi manca un pochino e se tornassi a svolgere quella professione farei la felicità di mia madre . Lei spera sempre che io riesca a trovare un lavoro “serio” e settimana scorsa mi ha suggerito di tentare il concorso che pare verrà indetto a breve. Peccato non vi sia proprio nulla di serio in un concorso che premia aspiranti o vecchi insegnanti con una cattedra.   :(

Pubblicato da admin il 2/09/2012

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Quali supereroi salveranno le imprese famigliari?

 

La settimana scorsa sono capitata per caso sulla pagina facebook di Foto Marvellini, due giovani milanesi a cui è venuta la curiosa idea di trasformare le foto d’epoca in antenati dei supereroi.
Immediatamente ho pensato a tutti quei figli di imprenditori che stanno facendo il proprio ingresso nell’azienda di famiglia oppure sono al passaggio di consegne.
Chissà quale-i supereroe-i metterebbero nella proprio foto di famiglia?
In fondo ogni imprenditore è un eroe che affronta un’impresa superando ostacoli, crisi e combattendo con nemici (i concorrenti) ed è dotato di superpoteri come la visione a lungo termine, la determinazione, la capacità di attrarre le persone giuste… Ma c’è una bella differenza tra sentirsi discendenti di Batman, l’Uomo Ragno, Gundam … già, perché ciascuno di questi supereroi incarna valori diversi e spesso proprio a questo livello profondo si crea la frattura che mina la sopravvivenza delle aziende di famiglia.

Un’altra questione importante è: ma il giovane eroe come si sente nei panni del supereroe? Il mantello di Batman è troppo lungo e ha paura di inciampare oppure la maschera dell’uomo ragno è troppo stretta e rischia di farlo soffocare?
In entrambi i casi l’eccesso di amore dell’imprenditore nei confronti delle proprie “creature” può indurlo a non riconoscere i limiti del figlio o i suoi talenti che lo porterebbero ad essere felice in un’altra dimensione. È legittimo il desiderio di vedere le proprie creature unite (figlio e azienda) ma in alcuni casi è deleterio per entrambe.  

Ho incontrato figli a cui basta il ruolo comodo di comparsa nella storia dell’azienda famigliare. Sono quei rampolli viziati che vanno in azienda solo perché così il papi compra il porschettino. D’altro canto ci sono anche i vecchi supereroi che non mollano il mantello, vivono dei ricordi di antiche imprese, impediscono ai figli di compierne nuove perché si ostinano a sconfiggere i nemici con la vecchia ragnatela o la pistola laser. Ma intanto il mondo è cambiato, le sfide sono più impegnative i nemici si sono dotati di macchine e strumenti più potenti. 
E a proposito di potere non posso che chiudere con una citazione tratta dal film Uomo ragno: “da un grande potere deriva una grande responsabilità.”
Essere imprenditori richiede un forte senso di responsabilità nei confronti della propria famiglia, della propria azienda ma anche del proprio Paese.
Il 17 maggio farò un breve intervento nel seminario sulle imprese famigliari di Weissman presso il Kilometro Rosso, il parco tecnologico creato da un grande imprenditore bergamasco, Alberto Bombassei.
Chissà qual’è il suo supereroe preferito?

Pubblicato da admin il 7/05/2012

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Il potere del racconto: III convegno di corporate storytelling

(Grazie a Francesca Casadei per questa foto-ricordo) 

Le storie sorprendono, incantano, svelano, attraggono, rapiscono, convincono, motivano … le storie interrompono la durata del tempo e proiettano in una dimensione densa di significato.
È ciò che abbiamo sperimentato durante il III convegno di corporate storytelling.
 
Venerdì 23 marzo, ore 9.30 nella sala conferenze della casa dell’energia presso la fondazione A2M  le luci si abbassano e viene proiettato lo spot americano di una catena di fast food. Niente marchi o slogan o gingle. Nello spot il fast food è “solo” il luogo in cui si incontrano o, meglio, “si sfiorano” le storie dei nuovi eroi che affrontano battaglie quotidiane: una malattia, la solitudine, il lavoro, la crescita, la sopravvivenza …
I brand non urlano più, ma ascoltano e sussurrano, non cercano di persuadere con immagini di celluloide ma entrano nella vita reale ed autentica delle persone.  Come spiega Joseph Sassoon è la rivoluzione attuata nell’era dei social media grazie ai quali abbiamo recuperato una modalità comunicativa che i mass media avevano reso marginali: quella dei racconti condivisi e costruiti insieme attorno ad un fuoco. La mia mente associa subito questa immagine al cambiamento di prospettiva che Facebook impone oggi ai Brand traformando la loro pagina in diario e quindi nel fuoco da alimentare continuamente per consentire ai clienti-utenti, prima fan ed oggi amici di raccontare le proprie storie non semplicemente di acquisto e consumo ma anche d’identità.
Dalla rivoluzione dei social media si passa a quella seriale descritta da Michele Abatantuono: “Le storie finiscono e danno risposte,  le serie non finiscono ma raccontano come cercare risposte.” Ecco perché ci appassioniamo tanto alle serie. Perché sono più vicine all’esperienza umana. Beh insomma non so quanti lascerebbero Hollywood per andare a lavorare in IKEA come Ileana Douglas, la protagonista di Easy to Assemble.   ;)
A parte gli scherzi, i Brand diventano produttori di serie per il web dove non ci sono semplici spettatori e dove ogni persona non conta come 1 ma ha potenzialità di condivisione e diffusione eccezionali.  Proprio alle web series si deve l’impennata dell’export culturale della Corea in Giappone ed altri paesi. (Su Next TV ho trovato un interessante approfondimento).

Grazie al web i brand hanno (ri) scoperto Potere del racconto!

Ma “da un grande potere deriva una grande responsabilità” (more…)

Pubblicato da admin il 30/03/2012

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Si assumono storie, non cv

Martedì 28 febbraio ero a Verona per Recruitment e inserimento del personale: nuove modalità e tecniche per scegliere e valorizzare le risorse umane, un evento organizzato da Knowita e sponsorizzato da Infojobs.it
Io ero il chairman della giornata, ovvero chi ha il compito di aprire i lavori, presentare i relatori, moderare gli interventi del pubblico. E’ stata un’eperienza davvero interessante e ne ho approfittato per prendere qualche appunto.
Ecco alcuni flash raccolti dagli interventi dei relatori che hanno trattato il tema della scelta e della valorizzazione delle persone in azienda da punti di vista diversi.

Vittorio Maffei, managing director di Infojobs.it, ci ha parlato del recruitment online, della rapida crescita che ha permesso ad Infojobs.it di diventare il primo tra siti specializzati in Italia per la ricerca di lavoro per traffico, numero di offerte e cv. Per le aziende Infojobs.it non è una mera bacheca dove pubblicare annunci e una repository di cv tra cui scegliere candidati ma  uno strumento per fare employer branding. 
D’altro canto alle persone offre non solo un elenco di offerte di lavoro e uno spazio per inserire il proprio cv ma anche la possibilità di creare un profilo pubblico simile a quello presente in business social network come linkedin con la possibilità di condividerlo anche su facebook e twitter ed arricchirlo con una biografia.
Infojobs diventa così uno strumento di personal storytelling perché le persone sono più dei loro cv e le aziende cercano persone.

Su Youtube c’è un video di presentazione di Berendsohn Italia, un altro testimonial dell’evento, dove il messaggio chiave è proprio questo: siamo un’azienda di persone.
A Giovanni Maistrello, responsabile sviluppo e formazione di Berendsohn Italia ho chiesto: “che tipo di persone cercate?
Così ho scoperto che metodo, passione e il piacere di comunicare sono tra le caratteristiche più richieste.
“La maggior parte dei nostri agenti è fatta di sportivi e musicisti”. Ha aggiunto Giovanni Maistrello.  
E pensare che c’è gente che nel proprio curriculum omette gli interessi perché li ritiene poco rilevanti.

Eleonora Casarotti ci ha parlato di indagini preassunzionali affidate dalle aziende a società di investigazione come Axerta per evitare spiacevoli sorprese. Pare che il 25% delle persone in cerca di lavoro menta quando scrive il proprio cv o in fase di colloquio.    
C’è chi racconta esperienze e competenze inesistenti ma anche chi nasconde esperienze negative (in Italia il fallimento non è ancora stato completamente sdoganato). Poi non sono infrequenti i casi anche di manager che, pur di rientrare nel mercato del lavoro aspirano a posizioni inferiori e per questo ridimensionano volontariamente il proprio cv.

L’incontro si è concluso con l’intervento  di Pietro Brunetti, Direttore Risorse Umane di ATM che ci ha parlato del piano di crescita e sviluppo delle persone in ATM, dell’importanza strategica della comunicazione nella gestione del personale e ci ha dimostrato che, come dice il titolo di un suo articolo apparso su l’Impresa di Gennaio,  a volte in azienda è “meglio un nafrago che un esperto“. Se si ha la pazienza e la capacità di ascoltare le storie delle persone si può scoprire il vero talento.

Forse è finita l’era del cv europero e sempre più aziende non scelgono cv ma le storie raccontate da persone che sono qualcosa di più di un ruolo ricoperto in un dato momento della carriera. 

Pubblicato da admin il 1/03/2012

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Una carriera freelance nell’IT. Perchè sceglierla e scommettere su di essa.

Caspiterina già alla fine di gennaio ed io non ho ancora postato nulla.  :( 
Sebbene ultimamente non aggiorni spesso questo blog per mancanza di tempo, continuo a ricevere messaggi da persone che lo leggono e ne apprezzano i contenuti. :)  Recentemente sono stata anche contattata da Lorenzo di twago,  la piattaforma europea online che mette in contatto freelance con potenziali clienti. Lorenzo mi ha proposto di scrivere un post per il loro blog e in cambio mi ha inviato un suo interessantissimo  post dove spiega l’origine del termine free lance (sinceramente non conoscevo l’etimologia di questo termine) e mostra come tale scelta venga operata spesso da chi opera nel settore IT. Ed ora lascio la parola a Lorenzo.

Quando Sir Walter Scott scrisse il suo Ivanhoe  e coniò per primo il termine di freelance non immaginava certo giovani lavoratori autonomi freelance che sanno creare siti web, scrivere testi e traduzioni, programmare o utilizzare CMS, Java o Html.

I freelance di Scott non erano seduti nei caffè di qualche metropoli a programmare iPhone App, erano semplicemente dei mercenari, dei soldati disposti a combattere  al servizio del signore che li avrebbe pagati meglio. Per questo erano free-lance, la loro lancia “lance” era “free” (ma non “for free”, visto che non combattevano certo gratis).
Dopo la creazione linguistica di Ivanhoe, per anni il termine freelance ha significato diverse cose. Nel la seconda metà del Novecento il freelance era vagamente un lavoratore indipendente, un consulente esterno  che, magari dopo tanti anni di lavoro dipendente, si era potuto permettere di mettersi in proprio.

Negli ultimi dieci anni il senso del termine freelance e il ruolo economico-sociale del freelance sono cambiati enormemente. Come mai? A causa di una rivoluzione, una rivoluzione in cui tutti, coscienti o meno, siamo coinvolti. Una rivoluzione di cui molti di noi sono anche  veri e propri protagonisti attivi. E’ la rivoluzione digitale: la svolta epocale che ha interconnesso il mondo intero in una rete di contatti, informazioni, conoscenze, attività, opinioni, emozioni.

L’IT sceglie freelance
Con l’emergere dell’ Information Technology e la relativa crescente importanza economica delle capacità informatiche e digitali il lavoro freelance ha conosciuto una veloce espansione. Se da un lato sono nate e si sono sviluppate Compagnie Web sempre più importanti, dall’altro la neonata web economy ha quasi subito iniziato ad affidarsi anche ad una moltitudine di esperti freelance di ciascun specifico settore. Il lavoro digitale richiede infatti per ogni attività una forte specializzazione, una continua formazione ed un costante aggiornamento frutto del confronto in rete con altri specialisti del settore. Si tratta di qualità che spesso si possono trovare presso un esperto freelance o presso un’agenzia specializzata che offre servizi in outsourcing. Il web è così sempre più pieno di web designer, copywriter, traduttori, grafici e programmatori freelance che offrono  le loro capacità e creatività per singoli progetti, di volta in volta. Così come i freelance di Walter Scott sceglievano di volta in volta il signore da servire, così i freelance digitali contemporanei lavorano per diverse aziende, facendo delle proprie migliori qualità il capitale fisso della loro impresa individuale.

Flessibilità e libertà nella web economy
La natura stessa dell’economia digitale richiede infatti una flessibilità ed una libertà di movimento che le classiche strutture aziendali talvolta rallentano. Sono sempre più spesso le stesse aziende, quindi, a contare sull’evidente vantaggio di esternalizzare progetti specifici presso esperti freelance. Attualmente in Europa il mercato del lavoro freelance non è ancora pari a quello degli USA, ma il trend è a dir poco in crescita. Questo significa che un grande numero di giovani laureati ed esperti europei possono avere l’occasione, in un’economia digitale florida, di valorizzare le proprie capacità svolgendo un’attività freelance (ovviamente a tempo pieno e raggiungendo una buona retribuzione). In futuro il lavoro freelance sarà una parte molto importante dell’economia globale, il freelance riuscirà forse a diventare il protagonista di un modo più libero di produrre e creare con successo. Chi saprà investire già da oggi su se stesso, chi saprà essere già da oggi un freelance contemporaneo, si candida ad essere un soggetto attivo della rivoluzione digitale in corso. 

Grazie Lorenzo e buon lavoro a tutto lo staff di twago!  
 

Pubblicato da admin il 30/01/2012

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Più spazio per i nostri sogni

Ho iniziato il 2011 creando una pagina fan su facebook dal titolo “il lavoro che sogno” che finora ha ottenuto più di 200 “mi piace” ed ora chiudo l’anno con un capitolo dell’ultimo libro di Mario Calabresi, Cosa tiene accese le stelle (bellissimo!).
Il capitolo è intitolato, guarda caso, Perché abbiamo bisogno di un sogno.

Si apre così:
Oggi, ciò che manca di più agli italiani è lo spazio, uno spazio fisico ma anche mentale, che significa possibilità, futuro e speranze. Per decenni questa sensazione di apertura è stata il motore dela nostra crescita e lo stimolo a pensare positivo…”
e si chiude con questa lucida quanto spietata analisi di Juan Carlos De Martin: “Se uno prova a compiere un’analisi minuta dei passaggi necessari per fare qualsiasi cosa si scoraggia, sia che si tratti di aprire un’attività, di condurre una ricerca o di organizzare un corso universitario. Ti rendi conto che spesso devi provare e riprovare, scontrarti con la mancanza di risposte, con muri di silenzio e, se insisti troppo, allora risulti offensivo per cui devi sempre perdere del tempo e spesso finisci per desistere, per chiederti chi te lo fa fare. In Italia non basta avere un’idea e la competenza tecnica per realizzarla: questo è il meno, è una cosa relativamente semplice; qui le energie non le spendi sul prodotto ma nella costruzione di reti di conoscenza, negli adempimenti burocratici, fiscali ed amministrativi, in decine di tavoli, trattative e riunioni. L’Italia non avrebbe bisogno di grandi riforme, ma di semplificazioni, di rendere i meccanismi più efficienti e rispettosi del lavoro e degli sforzi delle persone. Chi in Italia ce la fa, senza aiuti e senza raccomandazioni, ha dovuto fare uno sforzo dieci volte superiore che all’estero.”

Quest’anno ho avuto il piacere di colaborare con Bergamo Formazione, l’azienda speciale della Camera del Commercio di Bergamo e l’ Incubatore d’Impresa dove ho incontrato persone che  ogni giorno si impegnano per tenere accesa qualche stella e semplificano la vita di chi ha un sogno imprenditoriale, competenza e tanta volontà.
Il prossimo anno collaborerò di nuovo con loro al progetto Start, un’iniziativa rivolta a disoccupati, inoccupati, cassaintegrati e lavoratori in mobilità che intendono avviare un’attività in forma d’impresa.
Qui porterò le mie competenze di orientatrice ma anche l’esperienza sul campo della titolare di partita IVA: i miei errori e le mie scoperte.
Sono progetti come questo che danno senso al mio lavoro. Nel suo libro Mario Calabresi mi ha suggerito una risposta alla domanda: che lavoro fai? Io faccio un pò di spazio per i miei sogni e quelli altrui  ;) 

Pubblicato da admin il 30/12/2011

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Per fare carriera serve determinazione rilassata

 

Una delle lezioni più importanti apprese quest’anno è sintetizzata dalla frase di Josefa Idem: “L’atteggiamento vincente nasce da una determinazione rilassata”.

Durante l’Italian Leadership Event Josefa Idem ha raccontato di aver partecipato ad una olimpiade spinta dalla rabbia per il mancato successo di quella precendete e con tanta voglia di riscatto. Purtroppo, come lei stessa ha ammesso, proprio questo eccesso di determinazione non le ha permesso di raggiungere un risultato apprezzabile.
 
Eh già, l’eccesso di determinazione è anche quello che ti fa sparare la palla fuori dal campo. Questo me l’ha insegnato Luca, il mio istruttore di tennis che io definisco “olistico” perché nelle sue lezioni va sempre oltre l’esecuzione tecnica del colpo e parla di atteggimento mentale. Quando Luca mi ha parlato di arousal, o livello di attivazione ho rivisto nella mia mente una serie di insuccessi (non solo sul campo di tennis) e così ho voluto approfondire questo tema.

Un basso livello di attivazione è quello di chi non mette in campo tutte le proprie potenzialità, chi gioca con la paura di perdere, chi è perennemente focalizzato sui propri limiti, chi si arrende troppo facilmente e non lotta fino all’ultimo game.

Di contro quando il livello di attivazione è troppo alto l’unica spinta propulsiva diventa la rabbia che porta a sparare la palla oltre il campo e magari a spaccare la racchetta come faceva il collerico John McEnroe. Questo livello di attivazione non solo brucia le nostre energie ma toglie la lucidità per orientare bene il colpo e, fuor di metafora, la nostra stessa vita.
 
C’è una storiella di De Mello che descrive bene questo stato:
Un uomo si mise in viaggio con la propria moglie. Era un grande amante della velocità. Aveva quindi lanciato l’auto in una corsa sfrenata, quando, ad un certo punto, dopo aver percorso un tratto di autostrada, la moglie aprì la carta stradale e gli fece notare: “Caro, abbiamo sbagliato l’entrata!”. Ma lui replicò orgoglioso: “Non importa; stiamo battendo un record!”.

Come suggerisce questa storiella l’eccesso di determinazione è ciò che fa perdere di vista il paesaggio e non consente di goderci il viaggio.
Ma quando si raggiunge il giusto livello di attivazione?
Quando rabbia, frustrazione, desiderio di rivalsa non sono il principale elemento propulsore e lasciano spazio al piacere e al divertimento, ma soprattutto, come Josefa Idem, io raggiungo il mio livello di attivazione ideale quando nella mia vita c’è equilibrio, quando mi ricordo di essere non solo una professionista ma anche una donna.

Pubblicato da admin il 9/12/2011

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Chi sopravviverà all’evoluzione del mercato del lavoro?

12-10-2011-1154.jpg Per la V newsletter di Jobrapido ho scritto un articolo dal gusto un pò ”quarkesco”.
Mi sentivo un pò Piero Angela mentre descrivevo le tre specie di lavoratori: i job hoper, i job hopper ed job seeker.

Il job hoper (chi spera) pensa che basti rispondere a qualche annuncio inviando sempre lo stesso curriculum per ottenere un lavoro. 
Sul versante opposto troviamo i job hopper, (chi salta qua e là), quelli che non resistono per più di due anni nello stesso posto.
Ed infine ci sono i job seeker , i cercatori di lavoro professionisti, coloro che non si accontentano di un lavoro qualsiasi ma cercano il lavoro che piace e sono esperti di marketing, anzi, di self-marketing.
Quale specie ha maggiori probabilità di sopravvivere all’evoluzione del mercato del lavoro?
La risposta è qui.

In questa newsletter si trova la mia intervista a Donato Colucci, responsabile nuovi inserimenti di Errebian Spa che cerca nuovi sales promoter. Nell’intervista Colucci illustra il profilo ricercato e il percorso di crescita in azienda. Ecco prché ho scelto il titolo:  Giovani talenti della vendita crescono in Errebian Spa
E per finire il mio post su Claudio Nader e 3 aforismi sul lavoro.
La newsletter è pubblicata qui

Pubblicato da admin il 12/10/2011

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Thank you Steve

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Pubblicato da admin il 6/10/2011

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Temporary Management: soluzioni per piccole e grandi imprese

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Martedì 20 settembre a partire dalle 1730 presso la Blend Tower (Piazza 4 Novembre, 7) si terrà un evento dal titolo
Temporary Management: soluzioni per piccole e grandi imprese.

L’evento è stato organizzato AIDP – Gruppo Regionale Lombardia e IIM – Institute of Interim Management Italian Chapter.

Dopo l’introduzione a cura di Enrico Cazzulani (AIDP Lombardia) io avrò il piacere di condurre il dibattito tra Maurizio Quarta, autore di Soluzione Temporary Management (Franco Angeli) e Gian Andrea Oberegelsbacher, autore di Temporary Manager , un manager al passo coi tempi” (IPSOA).

In realtà il dibattito inizia già nel libro di Gian Andrea Oberegelsbacher dove è stata pubblicata una mia intervista a Maurizio Quarta.
Ecco la prima domanda e la relativa risposta

D: Lei ha pubblicato nei mesi scorsi il suo ultimo volume sul temporary management: che senso ha un nuovo libro a distanza di così pochi mesi?

Quarta: “Tenuto conto che la produzione libraria italiana sul tema è davvero limitata – ricordo che dopo i volumi di Vergani, Golzen e il mio primo, è dal 2002 che non viene pubblicato più nulla - può effettivamente apparire a prima vista un po’ strano tutto questo fervore editoriale. La realtà è che al mondo del management e del business italiano un nuovo libro ben scritto non può che far bene.
Il discorso va inquadrato storicamente: il TM è presente in Italia, in forma strutturata, da oltre 20 anni, visto che le prime società specializzate hanno iniziato ad operare nel 1987. E’ però rimasto un servizio sostanzialmente di nicchia e a cui è stata dedicata un’attenzione abbastanza limitata.
Lo scenario odierno è decisamente cambiato: oggi se ne parla tanto, forse troppo e a sproposito, a causa del gran numero di crisi aziendali, dei tanti manager in cerca di occupazione e dell’attenzione verso il recupero di competitività delle nostre PMI.  A fronte di un grande interesse, c’è però anche tanta confusione legata alla presenza di un eccesso di offerta non qualificata, con il rischio che manager meno smaliziati e aziende, soprattutto PMI, poco abituate ad utilizzare manager restino invischiati in situazioni poco chiare.
Per orientarsi in tutta questa confusione, qualsiasi forma di comunicazione professionalmente valida è da ritenersi la benvenuta: conosco Andrea Oberegelsbacher da diversi anni e ho avuto modo di apprezzare sia le sue qualità manageriali, anche come temporary manager, sia la sua scelta di dedicare intelligenza e fatica ad una attività di comunicazione istituzionale  mirata a trasmettere al mercato i giusti valori e i giusti modi dello strumento.
Non è quindi un caso che, a parte il piacere di introdurre il suo libro, con Andrea abbiamo dato vita ad un sito informativo dedicato soprattutto al mondo delle PMI temporarymanager.com

Pubblicato da admin il 9/09/2011

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