Personal storytelling tra finzione e realtà

“È più facile far credere una cosa a centomila persone che a una sola.” 

Era il 2001 quando Al Pacino, nei panni di Victor, pronunciava questa battuta nel film Simone.

Victor è un regista sull’orlo del fallimento a cui viene donato un dischetto misterioso che cambierà la sua vita e non solo… Il dischetto contiene un programma capace di riprodurre un personaggio virtuale, Simone, che Victor spaccerà per reale, trasformandolo in Star.

L’avvento dei social media ha reso questa storia meno surreale, ci ha offerto potenti mezzi per creare dei personal brand simili a Simone, vicini (“amici su facebook”) e spesso distanti dalla realtà.
Ad esempio, mi chiedo come faccia certa gente a trovare il tempo di postare tanti contenuti con una frequenza giornaliera. Va bene essere organizzati ma a tutto c’è un limite.
E poi ci sono diari di facebook tanto belli (viaggi, successi, foto perfette) da sembrare delle fiabe.  Anzi no, nelle fiabe ci sono anche nemici, conflitti e traumi che in quei diari non esistono. Giuro che non sto rosicando!
E poi ci sono professionisti che si sforzano di assomigliare ad aziende, creano marchi fatti di sigle a volte impronunciabili, parlano di sé in modo impersonale e c’è perfino chi usa il “noi” come il mago Otelma. :D

Ma come, le aziende cercano in ogni modo di apparire umane e le persone si trasformano in entità per sembrare più credibili?
Già nel 1982 Jacques Séguéla nel libro Hollywood lava più bianco proponeva ai Brand di trasformarsi in persone, giungendo perfino a scrivere:  ”la prima intelligenza di un prodotto (possiamo anche leggere Brand) è confessare le proprie debolezze. E farne la propria forza. “Feo, Fuerte y Formal” fece incidere John Wayne sulla propria lapide: brutto forte e regolare. L’epitaffio dovrebbe servire da epistola a tutti gli uomini di marketing “.

A proposito di Hollywood, dai suoi sceneggiatori i professionisti possono apprendere le tecniche del racconto (lo screenwriting) per fare personal storytelling, ma non come pensava un coach che tempo fa si rivolse a me per una consulenza con l’obiettivo di diventare come un concorrente più noto. Mi disse: “Come faccio a diventare come lui?” E non intendeva dire “noto come lui” ma proprio “come lui”. Peccato che quel modello di riferimento fosse completamente agli antipodi rispetto al suo stile. È un po’ come se una piccola falegnameria esponesse un’insegna con la scritta IKEA.  Beh nel caso della falegnameria la trovata potrebbe apparire divertente, l’obiettivo del coach invece era patetico e, aggiungo, anche spregevole, visto che si aspettava una consulenza gratuita. Forse cercava un altro Victor che facesse il miracolo di Simone?

Io però non faccio miracoli. Amo aiutare le persone a provare la meraviglia di raccontare le propria storia e a trasformare relazioni virtuali in virtuose. Così nasce un personal Brand.

Pubblicato da admin il 19/06/2012

Filed under Il mio Marketing | | Nessun Commento »

Una carriera freelance nell’IT. Perchè sceglierla e scommettere su di essa.

Caspiterina già alla fine di gennaio ed io non ho ancora postato nulla.  :( 
Sebbene ultimamente non aggiorni spesso questo blog per mancanza di tempo, continuo a ricevere messaggi da persone che lo leggono e ne apprezzano i contenuti. :)  Recentemente sono stata anche contattata da Lorenzo di twago,  la piattaforma europea online che mette in contatto freelance con potenziali clienti. Lorenzo mi ha proposto di scrivere un post per il loro blog e in cambio mi ha inviato un suo interessantissimo  post dove spiega l’origine del termine free lance (sinceramente non conoscevo l’etimologia di questo termine) e mostra come tale scelta venga operata spesso da chi opera nel settore IT. Ed ora lascio la parola a Lorenzo.

Quando Sir Walter Scott scrisse il suo Ivanhoe  e coniò per primo il termine di freelance non immaginava certo giovani lavoratori autonomi freelance che sanno creare siti web, scrivere testi e traduzioni, programmare o utilizzare CMS, Java o Html.

I freelance di Scott non erano seduti nei caffè di qualche metropoli a programmare iPhone App, erano semplicemente dei mercenari, dei soldati disposti a combattere  al servizio del signore che li avrebbe pagati meglio. Per questo erano free-lance, la loro lancia “lance” era “free” (ma non “for free”, visto che non combattevano certo gratis).
Dopo la creazione linguistica di Ivanhoe, per anni il termine freelance ha significato diverse cose. Nel la seconda metà del Novecento il freelance era vagamente un lavoratore indipendente, un consulente esterno  che, magari dopo tanti anni di lavoro dipendente, si era potuto permettere di mettersi in proprio.

Negli ultimi dieci anni il senso del termine freelance e il ruolo economico-sociale del freelance sono cambiati enormemente. Come mai? A causa di una rivoluzione, una rivoluzione in cui tutti, coscienti o meno, siamo coinvolti. Una rivoluzione di cui molti di noi sono anche  veri e propri protagonisti attivi. E’ la rivoluzione digitale: la svolta epocale che ha interconnesso il mondo intero in una rete di contatti, informazioni, conoscenze, attività, opinioni, emozioni.

L’IT sceglie freelance
Con l’emergere dell’ Information Technology e la relativa crescente importanza economica delle capacità informatiche e digitali il lavoro freelance ha conosciuto una veloce espansione. Se da un lato sono nate e si sono sviluppate Compagnie Web sempre più importanti, dall’altro la neonata web economy ha quasi subito iniziato ad affidarsi anche ad una moltitudine di esperti freelance di ciascun specifico settore. Il lavoro digitale richiede infatti per ogni attività una forte specializzazione, una continua formazione ed un costante aggiornamento frutto del confronto in rete con altri specialisti del settore. Si tratta di qualità che spesso si possono trovare presso un esperto freelance o presso un’agenzia specializzata che offre servizi in outsourcing. Il web è così sempre più pieno di web designer, copywriter, traduttori, grafici e programmatori freelance che offrono  le loro capacità e creatività per singoli progetti, di volta in volta. Così come i freelance di Walter Scott sceglievano di volta in volta il signore da servire, così i freelance digitali contemporanei lavorano per diverse aziende, facendo delle proprie migliori qualità il capitale fisso della loro impresa individuale.

Flessibilità e libertà nella web economy
La natura stessa dell’economia digitale richiede infatti una flessibilità ed una libertà di movimento che le classiche strutture aziendali talvolta rallentano. Sono sempre più spesso le stesse aziende, quindi, a contare sull’evidente vantaggio di esternalizzare progetti specifici presso esperti freelance. Attualmente in Europa il mercato del lavoro freelance non è ancora pari a quello degli USA, ma il trend è a dir poco in crescita. Questo significa che un grande numero di giovani laureati ed esperti europei possono avere l’occasione, in un’economia digitale florida, di valorizzare le proprie capacità svolgendo un’attività freelance (ovviamente a tempo pieno e raggiungendo una buona retribuzione). In futuro il lavoro freelance sarà una parte molto importante dell’economia globale, il freelance riuscirà forse a diventare il protagonista di un modo più libero di produrre e creare con successo. Chi saprà investire già da oggi su se stesso, chi saprà essere già da oggi un freelance contemporaneo, si candida ad essere un soggetto attivo della rivoluzione digitale in corso. 

Grazie Lorenzo e buon lavoro a tutto lo staff di twago!  
 

Pubblicato da admin il 30/01/2012

Filed under Il mio Marketing, Il mio R&D, Il mio ufficio HR, Persone e professioni | | Nessun Commento »

Prendo posizione!

crystallo.jpg

Roberto ha partecipato tempo fa ad un mio percorso di formazione ed ora legge il mio blog, inviandomi spesso commenti via mail. Dopo aver letto il mio post “paura di non essere all’altezza?” Roberto mi ha inviato l’immagine del cristallo e questo commento:

“Sai qual’è il mio motto…… “meglio invidiati che compatiti”.
Cara la mia Helga basta piangere e commiserarsi.
Hai voluto e vuoi fortemente questa  bicicletta? Adesso pedala…. che tu voglia o no la strada è questa.
Nel tuo ultimo post è come se la mia insegnante d’inglese tornando dall’Inghilterra mi avesse detto…”non ho capito neanche una parola….”
Nei tuoi corsi predichi bene poi nel tuo lavoro razzoli male…. e che fai ?
Lo sventoli ai quattro venti per la felicità della concorrenza e degli invidiosi, il dubbio dei tuoi potenziali clienti ed il dispiacere di chi ti conosce.
Cancella quel post autodistruttivo.
Capisco e condivido perfettamente la parte “etica/emotiva” che vorresti vivere nel tuo lavoro ( amore per lo stesso, amicizia ,riconoscenza, sacrifici ecc)…

ma è impresa quasi impossibile perchè poi devi fare i conti con quei figli di p. che ti circondano ( a tutti i livelli ) …

Basta. Basta. Basta….Basta buonismo.

Ti devi incattivire, incazzare, dire parolacce, sbattere le porte!!!!
Invece che i pat pat sulla spalla fai in modo che qualcuno ti faccia un gran complimento del tipo…”mmazza quant’è stronza stà moretta”.  
Devi cominciare a pensare ai fatti tuoi ed a ciò che più ti conviene.”

Apperò…. ;)
Pur avendo apprezato questa mail scritta con il cuore, non ho seguito il consiglio di Roberto. Il post è ancora lì e ho anche deciso di pubblicare il suo commento perché mi dà l’occasione di prendere posizione.
Qualcuno (non ricordo più chi) disse che “per posizionarsi bisogna prendere posizione“.
Ebbene io non voglio posizionarmi in mezzo alla massa di coach e consulenti che parlano solo dei propri successi e “trattengono sempre il fiato per non far vedere la pancetta”.    ;)
Da quando opero nel mondo della formazione ho incontrato troppa gente ingessata nella propria finta immagine di semidio, form-attori che recitano un copione, maestrine dalla penna rossa che preparano in dettaglio la lezioncina ecc…
Certo, l’ingessatura dà sicurezza e in questo momento il bisogno di sicurezza è così forte che le persone si attaccano a finti idoli pur di stare al sicuro.
Io preferisco percorrere il cammino dell’eroe che ogni giorno supera i propri limiti che restare in contemplazione di dinità dispensatrici di oracoli. E proprio per questo credo di poter essere più utile ai miei clienti e allievi.  
Coraggiosa o sprovveduta? Anche questo significa posizionarsi.  
Grazie Roberto! 

Pubblicato da admin il 8/09/2011

Filed under Il mio Marketing, Il mio ufficio HR, Sala corsi | | 3 Commenti »

L’informatico pizzaiolo ed altri racconti

pizza.jpg

 Settimana scorsa ho ricevuto un’email da una persona che si è presentata come certificatore aziendale con una grande passione per la fotografia. Ho dovuto rileggere più volte il testo della sua email per capirne l’obiettivo.
La persona, scambiandomi per una società di selezione, si dichiarava disponibile ad un’intervista ed eventuale pubblicazione di porfolio.

Piccola parentesti:
Ammetto che anche io ci ho messo del mio per confondere le idee al povero malcapitato.
Quando aprii la partita iva commisi un errore tipico dei consulenti. Creai la MYJOB.
Il nome all’inizio mi parve adatto ad esprimere la natura della mia attività ma allora non conoscevo Beatrice Ferrari e non sapevo che il naming fosse una vera disciplina, né avevo letto Personal branding.
Dopo ben due anni dalla creazione di MYJOB scoprii che esisteva anche una MYJOB a Padova che si occupa di selezione. Così spesso mi accade di ricevere cv di persone che mi scambiano per la società di selezione.
Ad essere sinceri qualcuno mi aveva preallertato del fatto che quel nome sapeva di selezione più che di consulenza di carriera ma io non vi prestai ascolto. Che dire: errori giovanili a cui nel tempo ho cercato di rimediare puntando più sul mio nome da associare alla parla carriera.

Ma torniamo alla mail del certificatore fotografo.
Mi ha fatto venire in mente il divertente aneddoto di un amico che un giorno si vide consegnare un biglietto da visita con la scritta “informatico pizzaiolo”. L’amico chiese spiegazioni al proprietario del biglietto che ammise candidamente: “Vedi, io ho due lavori: di giorno sono informatico e la sera faccio il pizzaiolo”.

Sempre più spesso incontro persone che, come l’informatico - pizzaiolo, hanno una doppia e a volte anche più identità professionali: la segretaria - cuoca, il dirigente pubblico - counsellor, il responsabile del personale - scrittore e critico cinematografico …
C’è chi riesce a far convivere armonicamente le proprie identità professionali e chi invece svolge un lavoro (quello sicuro, quello in cui ci si è trovato spinto dalla corrente) ma vorrebbe farne un altro e poco alla volta sta prendendo confidenza con un’identità professionale che esprime meglio le proprie passioni.
Forse è il caso del certificatore - fotografo.
Come fare il salto? Come proporsi con un’identità professionale se fino a ieri si è fatto altro?

Con social media è tutto più semplice. Puoi raccontare la tua passione su un blog, puoi pubblicare, le tue foto, i tuoi video e, se sei particolarmente bravo, interessante, simpatico … la gente ti apprezza, ti segue, ti “promuove”.

Ma che me ne faccio della mia vecchia identità?
Non devi tacere o rinnegare il passato ma neppure restarci attaccato dando l’impressione che non sai cosa vuoi veramente.
Si tratta semplicemente di rileggere il passato alla luce della nuova identità professionale che vuoi affermare.
Se vuoi diventare pasticciere ma hai sempre fatto l’architetto, puoi tranquillamente dirlo, ma l’importante è che tu riesca a motivare la tua scelta di cambiamento e la sostenga. Non puoi certo presentarti con il cv europeo dove elenchi solo le tue esperienze professionali e releghi la tua passione alla voce “interessi”. 
Devi riposizionare il tuo brand. Identità e relazioni!  
Sai chi vuoi diventare ”da grande”? Informatico o pizzaiolo? Architetto o pasticciere? Qual’è la tua nuova identità professionale? Coltivala e condividila!
Chi conosci? Chi ti conosce? Chi sono i tuoi “fan”? Dove puoi trovarne altri? I loro “Mi piace” conta più della vecchia raccomandazione del prete del paese.
Anche se non vuoi diventare pasticciere l’importante è trovare occasioni per far “assaggiare” un pò delle tue competenze.

(PS L’immagine della pizza era su Moosegeek.com)

Pubblicato da admin il 6/08/2011

Filed under Il mio Marketing, Il mio R&D, Persone e professioni | | Nessun Commento »

Ho trovato lavoro su facebook

C’è chi usa facebook per fuggire dal logorio del lavoro quotidiano e chi, come Claudio Nader, lo usa in modo produttivo per trovare il lavoro dei sogni.

cv_worked.jpg

Bolognese, 28 anni, fuggito a Londra, per trovare un lavoro che non riusciva a trovare in Italia, ora Claudio lavora come social media assistant e content editor (il lavoro che desiderava) per un’agenzia di Milano! Come ci è riuscito? Grazie al suo curriculum su facebook. 
Creare un cv su facebook è più semplice di quanto sembri.
Sul sito di Caludio Nader   c’è un tutorial che guida passo dopo passo.
Ma questa è LA SOLUZIONE VINCENTE per tutti? Facebook è l’ultima frontiera del cv? Certamente no! Dipende da quale lavoro si cerca e a chi ci si rivolge. Però la storia di Claudio offre qualche suggerimento per tutti:
1. Attrai l’attenzione del tuo interlocutore con un cv o una lettera molto diretta e personale.
2. Non limitarti ad elencare le tue esperienze, ma cerca di far capire quali benefici potrebbe trarre il tuo interlocutore da una persona come te.
3. Dai un saggio delle tue abilità. Questo lo puoi fare anche descrivendo le tue esperienze professionali, indicando articoli, pubblicazioni o progetti svolti.
4. Come dice Claudio, “Le idee possono battere la crisi”
 

Pubblicato da admin il 6/06/2011

Filed under Il mio Marketing, Il mio ufficio HR | | Nessun Commento »

Ad X Factor vince il personal storytelling

stefanox-factor-4.jpg

Ieri ho letto un articolo molto interessante su Harvard Business Review intitolato Quando essere sfavoriti genera profitto.
Gli autori, Anat Keinan, Jill Avery e Neru Paharia, partono da una semplice constatazione: la gente spesso è portata a tifare per chi è sfavorito (vedi ad es. la Nuova Zelanda o l’Uruguay negli ultimi mondiali di calcio).
Questo meccanismo può essere sfruttato positivamente da brand poco noti come ha fatto Nantucket Nectaris che sul proprio sito narra la propria storia iniziata con due ragazzotti (i creatori), un frullatore e un sogno.

Le biografie dei marchi che si presentano come sfavoriti - cito dall’articolo - hanno in comune due elementi narrativi importanti: la posizione di svantaggio e la passione e determinazione necessarie a trionfare contro ogni previsione.
Questi due elementi esercitano un’attrazione più forte sulle persone che, per qualche motivo, si percepiscono come “sfavorite” (donne, minoranze etniche ecc.) poiché la narrazione innesca il processo di identificazione.
L’articolo riporta anche un interessante esperimento a dimostrazione della tesi (pag. 10 del numero di novembre).

Questo meccanismo funziona anche per i personal brand e nella mia mente è scattato in automatico il collegamento a Stefano di X Factor, un giovane molto timido che riesce a superare la balbuzie solo cantando.
Io credo che quest’anno ad X Factor abbia vinto la storia di Stefano.
Sebbene non abbia sempre eseguito in modo impeccabile le prove proposte e abbia avuto contro il parere degli esperti, Stefano è riuscito, grazie ai voti del pubblico, ad arrivare quasi alla semifinale.
I cosiddetti “esperti” hanno accusato il pubblico di non averlo valutato in modo obiettivo e di aver assegnato il proprio voto a Stefano solo per pietà.
Io non credo che le persone abbiano votato Stefano per pietà. Hanno semplicemente scelto la sua storia perché la sentivano più vicina alla propria. E non serve essere balbuzienti o particolarmente timidi per identificarsi con la sua storia. Molte persone, per ragioni diverse, si ritengono “sfavorite”: donne che spesso lavorano in aziende a misura di uomo,  giovani che non hanno punti di riferimento, persone che per la ricerca di un lavoro non possono contare su uno sponsor in famiglia…
Attenzione: lo sfavorito non è uno “sfigato”, ma l’eroe che ogni giorno lotta con passione per uscire dalla gabbia di un’indentità preassegnata.

La vicenda di Stefano mi ha fatto anche venire in mente che spesso nelle azienda non si offre un lavoro a chi ha un cv perfettamente in linea con quella posizione (chi ha l’X Factor) ma a chi entra più facilmente nel racconto di quell’organizzazione, perché non siamo le nostre competenze, siamo la nostra storia.

Infine, se ieri avessi accettato la proposta di candidarmi alle prossime elezioni del mio paese avrei certamente tratto un altro insegnamento importante da Stefano, ma ho deciso di non accettare e quindi mi fermo qui…  ;)

Pubblicato da admin il 27/11/2010

Filed under Il mio Marketing, Sala corsi | | 1 Commento »

Il convegno di storytelling visto da qui

convegno3.jpg 

Lunedì 25 ottobre
II convegno organizzato dall’ Osservatorio nazionale di storytelling.
Una giornata intensa ricca di contenuti, spunti interessanti ed esempi di corporate storytelling: Intesa San Paolo, Barilla, Vodafone, Best Western, Gea Procomac, Museimpresa.
Abbiamo visto lo storytelling all’opera in azienda per comunicare, promuovere, convincere, ingaggiare, formare.
Ma perché tanta voglia di narrazione?
A questa domanda risponde Giovanni Siri, docente di psicologia dei consumi presso l’Università San Raffaele, autore di un libro che ho trovato illuminante: Consumatore e Marca, brand personality e immagine di sé. 
La narrazione non è semplicemente raccontare storie - spiega Giovanni Siri, è molto di più. Perché si possa parlare di narrazione deve esserci, oltre al desiderio di condivisione, anche la ricerca del significato, la costruzione di un’identità attraverso la negoziazione tra diverse pulsioni spesso in contraddizione.

In fondo questa è la funzione a cui hanno sempre assolto i miti.
Solo che ora il mito è sceso dall’Olimpo. Gli eroi vivono tra noi, vestono come noi, mangiano come noi.
Come ha osservato Bruno Lamborghini, docente di Knowledge Management all’Università Cattolica di Milano, oggi il marketing porta le storie dei brand nelle storie delle persone.

Le persone non si limitano a consumare le merendine del Mulino Bianco, le scelgono, ricordano, animano come fossero personaggi incontrati nel proprio percorso di vita.
Il Soldino (quanti ricordi!) vanta oltre 13 mila fan su Facebook, e le sorpresine oltre 84 mila!
“La gente ha bisogno di punti fermi” dice Pepe Modern (Barilla), che alla prevedibile domanda su come si misura il ROI risponde spostando il focus sul tema del ritorno delle persone: dal ROI (return on investment) al ROE (return on engagement).
Prosegue…
(more…)

Pubblicato da admin il 1/11/2010

Filed under Il mio Marketing, Il mio R&D, Il mio ufficio HR, Sala corsi | | 3 Commenti »

Unconventional CV

Da quando sono una consulente di carriera ho letto centinaia di cv.
In alcuni casi mi sono limitata a dare qualche suggerimento per renderli più appetibili, in altri casi ho dovuto operare un pesante intervento di restyling.
Per citare un vecchio film “ho visto cose che voi umani…”
- Ho visto il cv di un temporary manager di ben 15 pagine (5 dedicate a sue foto in eventi aziendali) con copertina in pelle in cui non ho trovato alcun indirizzo email.
- Ho visto il curriculum europeo di un direttore commerciale con foto di lui in montagna: maglietta verde e zaino. Forse aspirava a lavorare in Invicta?
- Ho visto cv scritti come libri di memorie.
Potrei continuare…
La maggior parte delle persone dimentica che il cv è scritto per attrarre l’attenzione del destinatario e per spingerlo a passare alla fase del colloquio.  
Tra le righe del cv si dovrebbe leggere ehi siamo fatti l’uno per l’altro. Chiamami e non te ne pentirai!
Come si può fare?
Un giorno il titolare di una società di comunicazione ha ricevuto via mail un cv ed un file audio con una canzone degli Stadio che dice “Dammi 5 minuti e chissà se ti piacerò… dammi 10 minuti e forse ti incuriosirò…” Vuoi ascoltarla? La trovi qui .
Questo è un esempio di Unconventional cv.
Un altro esempio l’ho trovato grazie al blog Personal Branding, un video cv interattivo.

cvgood.png

E poi ci sono i cv grafici che ho scoperto grazie al mio amico Luca Ubiali. 
Riporto è solo uno dei tanti esempi pubblicati su Best Design Options. Guarda gli altri

graficcv.png

E’ evidente che questi cv non sono proprio adatti per tutti: es. un impiegato di banca, il controller in una azienda metalmeccanica, un infermiere… ma di certo suggeriscono una strategia utile: fai in modo di rivolgerti direttamente al tuo interlocutore, emozionalo, guidalo alla scoperta delle tue competenze e distinguiti dalla massa!

Pubblicato da admin il 10/10/2010

Filed under Il mio Marketing, Io vendo, Sala corsi | | Nessun Commento »

Non solo agenti immobiliari

casa.jpg

 Tra i progetti di cui mi sono occupata quest’anno c’è quello di formazione home stager.

Ciò mi ha spinto ad approfondire la conoscenza del mercato immobiliare e delle sue professioni.
Per fortuna ho avuto degli ottimi trainer: Alessandra Sirtori, resp. marketing di Valtorta Immobiliare, creatrice di Italianhomestaging, Roberto Faini e Marco Clerici di World Capital!
Grazie a loro ho potuto scrivere questo articolo per la newsletter di Jobrapido

Cerchi o vendi casa disperatamente? Oggi puoi chiedere aiuto non solo ad un agente immobiliare ma anche al flat hunter e all’home stager. Cosa si nasconde dietro questi inglesismi?
Mentre il flat hunter aiuta chi cerca casa, l’home stager si rivolge a chi la mette in vendita.
Il flat hunter e l’home stager sono in concorrenza con l’agente immobiliare? 
No, anzi…
prosegui la lettura

Oltre alle professioni citate nell’articolo, World Capital ha creato il Personal RE, ovvero il Personal Trainer del business immobiliare,  ”un professionista abituato a lavorare in team sia nella ricerca e selezione delle migliori opportunità di investimento, che nella gestione e valorizzazione dei patrimoni immobiliari.
Insomma, nel mercato immobiliare non operano solo agenti…

Pubblicato da admin il 22/07/2010

Filed under Affari generali, Il mio Marketing, Persone e professioni, Sala corsi | | Nessun Commento »

Persone e aziende in cerca di un oceano blu

bluoc.jpg 

Ci sono persone con cui ogni incontro si trasforma in atto creativo.   
Una di queste è Paola De Vecchi Galbiati, di cui ho già parlato nel mio blog.
Circa un mese fa Paola mi ha suggerito di leggere Strategia Oceano Blu
Conoscevo questa strategia solo a grandi linee ma il racconto di Paola mi ha spinto ad acquistare il libro per saperne di più e non solo…

Paola: la strategia Oceano Blu nasce da anni di ricerca e di indagini minuziose su aziende di  oltre 30 settori nell’arco temporale di 1 secolo svolte da un gruppo di ricercatori, consulenti e manager, coordinati dai due autori: W. Chan Kim e Renée Mauborgne.
Attraverso la ricerca e l’analisi di casi reali, durata circa 15 anni, Kim e Mauborgne hanno evidenziato che le aziende di successo e le aziende che riescono a superare gli stati di crisi hanno in comune tre caratteristiche principali:
- Una forte differenziazione rispetto ai player del proprio mercato di riferimento (DIVERGENZA).
- Una particolare cura e attenzione ai propri fattori distintivi (FOCUS).
- Una chiara identificazione di ciò che l’azienda fa e quali esigenze può soddisfare (TAG-LINE).
Tali aziende sono riuscite a trovare il proprio oceano blu, ovvero quella parte di mercato non sporcata dal sangue (oceano rosso) della competizione.

Io: Moooolto interessante! Se ci pensiamo bene questo vale anche per gli individui che affrontano il mercato del lavoro. La maggior parte si ostina a navigare nell’oceano rosso del mercato del lavoro focalizzando le proprie ricerche solo sugli annunci. E poi i cv sono così privi di personalità! Nella maggior parte dei casi sono elenchi di incarichi ricoperti, ben pochi possiedono una tagline chiara.

Paola: Concordo con te. Purtroppo la metafora dell’oceano rosso prosegue anche in azienda…  (prosegui la lettura)

(more…)

Pubblicato da admin il 31/05/2010

Filed under Il mio Marketing, Il mio R&D, Sala corsi | | Nessun Commento »

Next Page »