Paura di non essere all’altezza?

Basta Helga, non puoi continuare a fare la missionaria!
Non puoi continuare a dispensare consigli a chiunque te li chieda. Il tuo è un lavoro e ci devi campare!
Quante volte mi sono sentita dire queste frasi da chi è vuole bene.
E poi c’è la paura di dire il prezzo.
Avete mai sentito parlare della sindrome dell’impostore?
E’ l’eterna sensazione di non essere abbastanza competente e all’altezza della situazione.
Quando ero in università si manifestava con l’iperpreparazione (se un esame prevedeva 6 libri ne dovevo leggere e studiare almeno 9) oggi con la tendenza a “giocare al ribasso”.

Tempo fa scrissi anche questa fiaba per rappresentare questo stato e la raccontai in lacrime al mio trainer di PNL.  

C’era una volta una fatina che amava entrare di notte nelle case della gente e lasciare doni.
Per via di una macchia che le deturpava il viso, la fatina era visibile solo di notte come ombra, mentre durante il giorno si rendeva completamente invisibile.
Così, al sicuro dallo sguardo della gente, la fatina osservava la felicità delle persone a cui aveva lasciato i propri doni e sorrideva, ma avrebbe tanto desiderato essere al posto di quelle persone, godere di quella felicità.
Tuttavia sapeva che la sua natura non le avrebbe permesso di esaudire quel sogno, perché le fate sono esseri orribili, esistono solo per fare doni alla gente e nulla più.
Così, rassegnata al proprio destino, la fatina continuava a distribuire i propri doni, convinta che nessuno la vedesse.
Ma un giorno le si parò dinanzi un grande mago con un mantello del colore del cielo che le disse: “Io so come puoi realizzare il tuo sogno”. La fatina fuggì via impaurita.
Intanto più i giorni passavano, più le parole del mago risuonavano nella testa della fatina che, alla fine, decise di andare alla ricerca del mago. Poiché si vergognava del proprio aspetto, iniziò a seguirlo a distanza, nella speranza di capire da sola cosa le avrebbe potuto insegnare.
Così la fatina scoprì che anche il mago faceva dei doni ed erano proprio come i suoi, ma il mago era felice perché organizzava delle grandi feste in cui la gente si divertiva e portava in cambio altri doni.
Stanca di osservare da lontano, la fatina decise di prendere il coraggio a due mani e si presentò un po’ tremante davanti al mago.
Il mago sorrise con dolcezza e trasse di tasca uno specchio magico in cui c’era l’immagine di una bella fanciulla.
La fatina chiese: “Chi è?”.
“Sei tu – rispose il mago – questa è l’immagine di te che vedranno le persone a cui lascerai i tuoi doni se solo non fuggirai e tenderai la tua mano verso di loro. Riceverai in cambio un cristallo magico con cui ogni volta potrai cancellare un po’ di macchia che hai dentro il tuo cuore”.  

Questa fiaba mi sta aiutando ad affrontare e curare la sindrome dell’impostora. Il dolore di aver perso tante belle occasioni e di vedere veri impostori che si comportano da professionisti spesso mi aiuta, ma l’aiuto più grande proviene proprio dalle email dei miei clienti che spesso mi regalano un cristallo magico. :) 

Pubblicato da admin il 31/08/2011

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Nel mio lavoro le storie funzionano più dei manuali

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(Foto: la bacheca del mio ufficio) 

“Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già lo sanno che esistono, le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi.”
Gilbert Keith Chesterton

Ricordo che da bambina restavo ore ed ore ad ascoltare le fiabe raccontate da mia madre e, in sua assenza, da un mangiadischi rosso.
Mi bastava sentire il primo verso della sigla “A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…” per cadere in quella che gli esperti di storytelling definiscono trance narrativa da ascolto
Questo stesso fenomeno si verifica quando una storia ben congeniata ( film, spot pubblicitario, opera d’arte…) ci cattura al punto da farci sospendere per un attimo l’esercizio dubbio. Ci sentiamo parte della storia, ci identifichiamo con i protagonisti, con loro soffriamo, speriamo, amiamo, cresciamo…
Le storie coinvolgono, appassionano, motivano, danno senso, indicano una direzione e spesso ci aiutano ad uscire da una situazione di impasse, o come direbbe Chesterton, a sconfiggere i draghi e i mostri che la nostra mente crea.
Le storie funzionano più dei manuali! (Tom Peters docet). 
Ecco perché non mi limito a propinare ai miei clienti le 10 regolette per avere successo.
Oltre ad usare i classici questionari per l’assessment spesso chiedo: qual’è la tua fiaba preferita? Il film? Il libro? La canzone? A volte, semplicemente osservando ed ascoltando i miei clienti mi capita di azzeccare la storia preferita. Una volta sorpresi un cliente dicendo: “Scommetto che tra i suoi film preferiti c’è il Galdiatore”. “Come fa a saperlo?” rispose lui e poi iniziò a raccontare la sua scena preferita che conteneva in sintesi il suo sogno professionale e la sua visione di sé.
Come ho già scritto Eric Berne sostiene che la nostra fiaba preferita (i film non sono altro che fiabe per adulti) e il modo con cui la raccontiamo sono strettamente correlati al nostro modo di sentire noi stessi e la nostra vita.
La vita professionale non appartiene al regno diurno della coscienza, ma si fonda spesso su quello notturno delle emozioni e passioni dove si può penetrare solo con il linguaggio narrativo. Insomma, puoi conoscere tutte le regolette per fare successo e letto tutti i manuali di selfhelp, ma prima devi sconfiggere il drago dentro di te.  

Una delle attività che prediligo consiste nel racconto dei successo. Quando chiedo alle persone di raccontarmi (per iscritto perché funziona meglio) 10 casi di successo, moltissimi sostengono inizialmente di non avere un così grande numero di storie di successo da raccontare, però poi, quando capiscono che “avere successo” non significa necessariamente salire su un palco e ricevere premi o applausi, ma semplicemente portare a termine una cosa, allora iniziano a scrivere e alcuni vengono letteralmente rapiti dalle proprie storie.
Raccontare la propria esperienza professionale (non solo i successi ma anche gli insuccessi) ha un effetto quasi catartico, ci purifica dalle scorie emotive, ci fa osservare dalla giusta distanza dove possiamo cogliere connessioni tra eventi apparentemente distanti. Così possiamo dare un senso al nostro passato e una direzione al futuro, ma soprattutto le storie ci fanno sentire con il cuore, oltre che capire con la testa.
Per fare carriera o semplicemente essere felici a lavoro servono entrambi: testa e cuore. Certo, un pizzico di fortuna non guasta, ma forse la fortuna può essere anche quella scintilla che si accende quando testa e cuore si incontrano.  

Pubblicato da admin il 26/08/2011

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Adriano Olivetti: il visionario che faceva i conti

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Da qualche giorno sono amministratrice della pagina fan di Italian leadership Event, un corso-evento che si terrà il 14 e il 15 ottobre dove finalmente parleranno e verranno premiati leader di “casa nostra”.

Contemporaneamente in primo piano sul sito dell’ Osservatorio di Storytelling troviamo un’analisi realizzata dagli studenti del corso in Storytelling e Narrazione d’Impresa, presso l’Università degli Studi di Pavia, su tre narrazioni che ben hanno saputo integrarsi e dialogare con la narrazione del nostro Paese: l’Arma dei Carabinieri, Olivetti e Alfa Romeo.

In automatico nella mia mente è scattato il link ad un mio vecchio articolo che parla di Adriano Olivetti. Mi è venuta voglia di riproporlo qui.
“Un visionario che fa i conti”: così lo scrittore Giorgio Soavi ha definito uno dei più grandi rappresentanti della storia imprenditoriale italiana, Adriano Olivetti.
Come tutti i grandi imprenditori che hanno lasciato un segno nella storia anche Adriano Olivetti era un sognatore, ma non un sognatore qualunque, bensì di quelli capaci di trasformare i propri sogni in realtà.

Così lo ricorda Carlo Caracciolo: 
“Lo sguardo di un azzurro chiarissimo rimarcava un’aria da profeta ebraico. Si capiva subito di avere di fronte una persona molto intelligente che nella vita aveva una missione da compiere e che per tale missione non ammetteva deroghe. Alcune volte dava anche l’impressione di agire con grandissimo entusiasmo. Inoltre si avvertiva che i suoi scopi erano altruistici… Insomma non si poteva negare, incontrando Adriano Olivetti, di essersi confrontati con una forte e originale personalità”.
Vuoi conoscere la sua storia?

(more…)

Pubblicato da admin il 23/08/2011

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Dimmi che fiaba ami e ti dirò chi sei

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Questa mattina al mio rientro in ufficio ho letto il bellissimo post di Luca Vanin sul Gatto con gli stivali ed il personal Branding.
Luca dice che quella del gatto con gli stivali è sempre stata una delle sue fiabe preferite e oggi ci (e forse si) rivela perché.

Eric Berne, il teorizzatore dell’analisi transazionale, sostiene che la nostra fiaba preferita contiene la nostra visione della vita ed il copione che tendiamo a replicare.

Ripensando alle mie fiabe preferite non trovo nessuna principessa, ma solo personaggi che hanno qualcosa di magico, che portano doni e spesso volano via prima del “grazie”. ( Lo so :(  me la sono cercata la battuta: un pò come la befana :D )
Tali sono le protagoniste delle fiabe che io stessa scrivo e dove rappresento ciò che mi accade. Scrivere fiabe mi aiuta ad osservare le cose dalla giusta distanza e a trovare una soluzione come accade con i labirinti. Finché ci sei dentro è dura trovare la via d’uscita ma le cose cambiano se puoi osservarli dall’alto. 
Per la prima volta racconto una delle mie fiabe o, come amo definirle, “metaforelle”.

Fatina Luce
C’era una volta un re. Non era forte e bello come i re che solitamente compaiono nelle favole, ma era molto furbo e, grazie a questo, oltre che alla buona sorte, aveva potuto estendere il proprio regno a danno dei reami vicini.
Il re aveva un figlio piccolo, gracile e, per la verità, neppure molto sveglio.
Ogni giorno il re conduceva il principe sulla torre più alta del castello e diceva: “Presto questo regno sarà tuo, ma devi dimostrare di meritarlo e di essere forte come tuo padre.”
Il principino non sapeva come fare:  si sforzava di assomigliare al padre, assumendo la stessa postura e riproducendo gli stessi atteggiamenti ed espressioni, ma quando si guardava allo specchio vedeva riflessa sempre la stessa fragile immagine.
Un giorno, mentre passeggiava nel bosco il principe scorse una scia luminosa. Incuriosito, la seguì e vide che ogni cosa, al passaggio della scia, diveniva più bella: fiori, frutti, erba divenivano più rigogliosi e perfino gli animali acquisivano sembianze inaspettate.
Ad un tratto la  scia si fermò; il principe si diresse verso il luogo da cui proveniva la luce e su un fiore scorse una fatina. Piacevolmente sorpreso da quella scoperta, il principe si avvicinò lentamente al fiore e rassicurò la fatina, dicendo che non era sua intenzione farle del male.
Il principe e la fatina divennero presto amici, tanto che il principe si confidò con lei, illustrando il suo problema: “Mio padre mi vorrebbe forte e coraggioso come lui, mentre io sono gracile e temo perfino la mia ombra”.
“ Non ti preoccupare- rispose la fatina – ti aiuterò io. Possiedo dei poteri magici. Tutto ciò su cui volo si trasforma e riceve una nuova energia. Vuoi apparire forte? Ebbene, io volerò su di te, infondendoti una luce nuova, che ti farà apparire come tu desideri”.
Il principe non credeva alle proprie orecchie, condusse la fatina al castello e le fece riservare una stanza, per la verità un po’ troppo grande per lei, che occupava uno spazio assai ridotto.
Il principe e la fatina trascorrevano molto tempo insieme ed il re notava con soddisfazione uno strano cambiamento nel figlio.
Il principe diveniva ogni giorno più sicuro di sé, anzi lo divenne a tal punto che iniziò a trattare tutti con boria e distacco, tanto che i sudditi lo presero in odio e non perdevano occasione per dire male di lui. Tutto ciò rattristò profondamente la fatina, che decise di essere franca con il principe: “Questo tuo atteggiamento non mi piace, caro amico, a lungo andare ti condurrà alla rovina. Devi conquistare i tuoi sudditi con l’amore e non dominarli con il timore”.
Queste parole non giunsero al cuore del principe, ormai accecato dalla boria e dalle lusinghe del giullare di corte, un individuo sordido che, aspirando al ruolo di cancelliere di corte, si era finto suo amico.
Così il principe, offeso dalle parole della fatina, decise che era giunto il momento di sbarazzarsi di lei e, in occasione del più importante ballo di corte dell’anno, la rinchiuse in un barattolo.
La fatina pianse a lungo, si disperò e cercò anche di forzare il barattolo, ma senza alcun risultato. Ma ad un tratto ecco sopraggiungere un idea: sarebbe bastato agitare le ali , la luce ed il calore prodotti avrebbero sciolto le pareti del barattolo. E così fu: la fatina si liberò dalla propria prigionia e volò in cielo.
Quando il principe scoprì la fuga esclamò: “ Beh, in fondo quella fatina non mi serve più, sono forte ora!”. Così dicendo si diresse con passo tronfio verso lo specchio, ma con grande  spavento vi vide riflessa la vecchia immagine gracile e malaticcia! Per la vergogna il principino fuggì nella torre più remota del castello e nessuno lo vide più.
E la fatina? Che ne è stato di lei?
Forse voi non lo sapete, ma tutti possiamo contemplare il frutto della sua attività: ogni notte infatti vola di stella in stella, infondendovi la sua luce e se scrutate il cielo con attenzione potete a volte scorgere un luccichio più intenso. Ebbene lì trova temporaneo riposo il volo di  Fatina Luce.
 
Ho scritto questa fiaba al termine di una mia esperienza professionale e solo oggi, che “me ne intendo di storytelling” vi trovo tutti gli elementi dello schema narrativo canonico (eroe, impresa, avversario, conflitto, tesoro, trauma, oggetto magico, aiutante, nozze finali) anche se nulla è ciò che appare all’inizio.
Il principino voleva essere l’eroe ma non ne aveva la stoffa e così si è trasformato in antagonista. La fatina doveva essere l’aiutante ma poi, in assenza di un eroe, ha assunto lei stessa questo ruolo.
Il mio tesoro? La libertà di essere quella che sono!    :)

(P.S. La foto viene da Flickr L’ho trovata tempo fa e non ricordo l’autore e se qualcuno lo conosce sarò lieto di citarlo.)  

Pubblicato da admin il 25/07/2011

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“Io non mi faccio stressare”

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A fine maggio ho realizzato un breve intervento formativo sullo stress ed il benessere in azienda per un gruppo di assistenti commerciali (inside sales) che operano in una multinazionale con diverse sedi in Italia.
La valutazione effettuata nei primi mesi dell’anno non ha evidenziato alcun rischio di stress da lavoro correlato, tuttavia il direttore commerciale ha prestato più ascolto alle persone che ai dati dell’indagine e a quanto prescritto dalla legge. Così, in collaborazione con la responsabile del personale, ha organizzato un no-stress meeting per condividere problemi, soluzioni, per fornire qualche suggerimento per la gestione dello stress, ma anche per ringraziare le inside sales degli ottimi risultati raggiunti durante l’anno.  
La riunione guidata dal direttore commerciale è stata già un antistress perché le inside sales hanno appreso alcune informazioni importanti e hanno definito insieme una procedura che faciliterà il loro lavoro.
Ascoltando i vari interventi delle inside sales ho avuto la sensazione che la principale fonte di stress non fosse tanto la mole di lavoro, bensì la gestione delle relazioni tra colleghi ( l’open space, pensato per favorire la comunicazione e collaborazione, in realtà può essere fonte di stress a causa del sovrapporsi delle voci e delle suonerie moleste dei cellulari dei vicini).

Quanto più deboli sono le competenze relazionali (ascolto, assertività, negoziazione…) di una persona, tanto maggiore è il rischio che si senta stressata.
Inoltre le persone che fanno più fatica a gestire lo stress sono quelle che hanno un locus of control esterno, ovvero fanno dipendere il proprio stato emotivo dal mondo esterno. Se il capo, i colleghi, i clienti ci stressano (= la colpa è sempre degli altri) faremo più fatica a trovare una via d’uscita dallo stress.
Il messaggio che ho cercato di trasmettere durante il corso è ben riassunto dal titolo del blog curato da Fabrizio Buratto: Io non mi faccio stressare!
Ecco cosa scrive Fabrizio: “Ho conosciuto lo stress del giornalista freelance sempre di corsa, costretto a mangiare un panino e via, a saltare da un treno a un aereo, spesso in cerca di contratti co.co.co., co.co.pro. o cu.cu.ru.cu.cu.paloma., dunque con l’ansia costante di rimanere senza lavoro fra un contratto e l’altro. Stress mentale, a cui va ad aggiungersi lo stress posturale quando le ore passate davanti al computer diventano troppe. E nelle redazioni giornalistiche e televisive, frequentate per lavoro, ho conosciuto molte persone che, come me,  hanno subito i danni dello stress lavoro-correlato.
Per fortuna mi sono fermato prima di andare a sbattere, e grazie ai massaggi, fatti e ricevuti quasi ogni giorno, ora sto davvero bene. Quando qualcosa non va, il corpo ci manda messaggi inequivocabili: sono “stop”, “sensi vietati” grossi come una casa sulla nostra via. Se non li ascoltiamo, ci andiamo a schiantare. E allora ho preso un bel respiro, e poi d’un fiato, sottovoce, con calma: iononmifacciostressare.”

Fabrizio Buratto è autore, insieme a Giovanni Leanti la Rosa di un bel libro: “Massaggio da ufficio”, di cui è possibile trovare una presentazione e qualche estratto sul sito stresslavorocorrelato.eu  
Questo post prosegue sulla news N° 4 di Secretary.it

Pubblicato da admin il 11/07/2011

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Io e Roberto Re

Ci sono incontri che segnano profondamente la nostra carriera. Tale è stato per me l’incontro con Roberto Re, il formatore e coach più noto d’Italia.
Alla fine del 2004, quando lasciai il mio “bel” posto fisso, trovai su internet il titolo del suo libro, Leader di te stesso. Era ciò di cui avevo bisogno in quel momento. Ricordo di aver letto d’un fiato le prime 80 pagine eseguendo perfino tutti gli esercizi proposti. La lettura proseguì nei giorni successivi e in cima alla pagina dedicata ai 10 obiettivi per i mesi a venire scrissi: lavorare per Roberto Re e pubblicare almeno 1 articolo…
Dopo meno di due mesi entrai nel team di Roberto Re con un ruolo diverso da quello che avevo immaginato ma… a volte la realtà supera i sogni. A volte il caso suggerisce sbocchi professionali mai immaginati, un po’ come quando vaghi per le bancarelle di un mercatino perché sei arrivato troppo presto nel luogo dove è fissato il tuo appuntamento e ti capita di trovare un abito che sembra fatto proprio per te. ;)
Per realizzare il mio primo obiettivo risposi all’annuncio di ricerca formatori presente sul sito di HRD Training Group, la società di Roberto Re. Parallelamente gli inviai una email dove gli raccontavo gli effetti del suo libro ed gli dissi anche che spesso visualizzavo la mia immagine nella foto del suo team.  Che sfacciata! ;)
Roberto apprezzò la mia mail al punto che mi propose di diventare la content manager delle sue newsletter. Dopo due mesi venne pubblicata la newsletter di HRD contenente 4 miei articoli. E pensare che nella definizione dei miei obiettivi mi ero limitata a 1. :o
Forse se Roberto non avesse apprezzato i miei articoli non avrei avuto il coraggio di creare questo blog e metterci la mia faccia.
Roberto mi ha insegnato molte cose che ho integrato con le mie competenze di orientatore professionale. La più importante è che per avere successo a lavoro, nello sport, nella vita … la tecnica conta solo per 20% . Per il resto ciò che conta è l’atteggiamento mentale.  Ogni giorno ne ho conferma. Spesso incontro persone molto preparate che non “fanno carriera” perché non credono abbastanza nel proprio valore. Incontro “comandanti di cavalleria che si sentono ridicoli a cavallo” ( una metafora che a mio parere ben rappresenta quei capi che si sono ritrovati con quel ruolo ma non si sentono leader). Incontro persone che si limitano ad inviare a pioggia il proprio cv senza chiedersi cosa vogliono e cosa vuole sentirsi dire chi riceve un cv…
Dopo due anni di collaborazione ho lasciato HRD per intraprendere la mia attività di formatrice e  consulente di carriera ma io e Roberto non ci siamo persi di vista completamente. Potere di facebook! :D Recentemente le nostre strade si sono di nuovo incrociate e ne abbiamo approfittato per scrivere insieme due ebook: Neverfired e Get Hired.
Il primo è un manuale di sopravvivenza in azienda, un’evoluzione di un mio vecchio ebook ora integrato da Roberto Re e l’altro, Get Hired è dedicato al colloquio di lavoro.
Puoi trovarli qui.
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Pubblicato da admin il 5/05/2011

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Di chi è la colpa se non si vende?

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Ieri ho partecipato ad un interessante incontro all’Unione industriali di Brescia dove un imprenditore ha ammesso che spesso quando non ci sono risultati di vendita si pensa subito a cambiare il venditore mentre in realtà ci si dovrebbe chiedere se l’azienda offre tutti gli strumenti utili per supportare adeguatamente l’attività di vendita.
FINALMENTE!
Allora mi è venuta in mente una storiella raccontatami da un esperto venditore:

I nemici attaccano il regno di Napoli e il capitano delle guardie si reca dal re e dice: “Sire i nemici ci attaccano!”
E il re risponde: “Pigliate i cannoni”
Il capitano: “Sire non ci stanno i cannoni”
Il re: “Pigliate i fucili”
il capitano: “Non ci stanno i fucili”
Il re: “Pigliate e spade”
Il capitano: “E nun ce stanno manco e spade”
Il re allora risponde: ” E FACITE A FACCIA SCURA!”

Spesso si tende a scaricare la colpa per la mancanza di risultati sui venditori come se la vendita dipendesse esclusivamente  da loro. E’ poco diffusa la consapevolezza che TUTTA L’AZIENDA VENDE!

Ne parlavamo proprio lunedì a Modena durante un corso con un team misto di venditori e product manager.

Pubblicato da admin il 11/03/2011

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Alla scoperta del tuo “budda d’oro”

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Oggi, per caso, ho ritrovato questo racconto che mi ha fatto vedere il mio lavoro sotto una luce diversa: quella dorata del budda che aiuto a scoprire.

Nell’autunno del 1988 Jack Canfield fu invitato a tenere una conferenza sull’amor proprio e sull’efficienza massima in un convegno ad Hong Kong.
Ciò che lo colpì maggiormente delle cose viste durante questo viaggio fu il tempio di Budda a Bangkok, un tempio molto piccolo che custodisce la statua di un Budda d’oro alto più di tre metri, del peso di oltre due tonnellate e mezza, valutato 196 milioni di dollari!
“Era una visione che incuteva timore: – commenta Canfield – un Budda d’oro massiccio dall’aria gentile ma imponente che ci sorrideva dall’alto”.
Accanto alla statua c’era una bacheca in cui era riportata la sua storia.

Nel 1957 alcuni monaci di un monastero dovevano trasferire un Budda d’argilla dal loro tempio a una nuova sede. Il monastero doveva essere trasferito per far posto alla costruzione di una superstrada attraverso Bangkok. Quando la gru cominciò a sollevare l’idolo gigantesco, il peso era così formidabile che la statua cominciò ad incrinarsi. Per di più cominciò a piovere. Il monaco superiore, preoccupato di non danneggiare il sacro Budda, decise di rimettere a terra la statua e di ricoprirla con un grande telone per proteggerla dalla pioggia.
Più tardi, quella sera, il monaco superiore andò a controllare il Budda. Accese la torcia elettrica sotto il telone per vedere se il Budda era asciutto. Quando la luce raggiunse l’incrinatura, il monaco notò uno strano riflesso. Guardando meglio, si chiese se non potesse esservi qualcosa sotto l’argilla. A mano a mano che venivano via pezzi d’argilla, il bagliore si faceva più vivido e più esteso. Trascorsero molte ore di lavoro prima che il monaco si trovasse faccia a faccia con lo straordinario Budda in oro massiccio.
Gli storici ritengono che diverse centinaia di anni prima della scoperta del monaco l’esercito birmano stesse per invadere la Thailandia (allora chiamata Siam). I monaci siamesi, rendendosi conto che il loro Paese sarebbe stato ben presto attaccato, coprirono il prezioso Budda d’oro con uno strato esterno di argilla per impedire che il loro tesoro venisse trafugato dai birmani. Purtroppo a quanto pare i birmani massacrarono tutti i monaci siamesi e il loro segreto ben custodito dal Budda d’oro rimase intatto fino a quel giorno fatale del 1957.

Tornando a casa – scrive Canfield - in aereo cominciai a pensare fra me: tutti noi siamo come il Budda d’argilla, coperti da una crosta di durezza costituita dalla paura, oppure sotto ciascuno di noi vi è un “Budda d’oro” o un “Cristo d’oro” o “un’essenza d’oro” che è il nostro vero Io.
A un certo punto della nostra vita, fra i due e i nove anni d’età, cominciamo a coprire la nostra “essenza d’oro”, il nostro io naturale. Più o meno come il monaco con martello e scalpello, il nostro compito ora è di scoprire di nuovo la nostra vera essenza.

(Dal libro Brodo caldo per l’anima)

Pubblicato da admin il 26/02/2011

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Quando il lavoro ti mette le catene

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Dopo aver risposto alla domande sulla soddisfazione e motivazione qualcuno mi ha scritto dicendo di aver scoperto di essere al tempo stesso insoddisfatto e demotivato. Molti resistono per molto tempo, troppo tempo in questo stato.
Lo so che il paragone con i campi di concentramento nazisti potrà sembrare eccessivo eppure credo che l’immagine della scritta “il lavoro rende liberi” posta all’entrata dei campi nazisti esprima la paradossalità della situazione vissuta da molte persone che si sentono prigioniere del proprio lavoro o di un ruolo, una professione che non permette loro di esprimere il proprio talento.
Cosa ci imprigiona? A volte lo stipendio (se è fisso ed elevato è difficile metterlo a rischio), a volte il cv (non puoi pretendere che ti offrano un lavoro diverso da quello che hai svolto finora se non offri degli elementi per capire che potresti e vorresti fare altro), a volte le nostre paure, a volte la mancanza di consapevolezza, a volte è l’idea stessa che abbiamo del lavoro che ci impedisce di essere felici.

Pubblicato da admin il 10/02/2011

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Insoddisfatti o demotivati?

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Spesso le persone si rivolgono a me dicendo di non essere soddisfatte del proprio lavoro ma in realtà spesso sono  demotivate. Che differenza c’è?
Forse è più facile spiegarlo con un gioco. Rispondi a queste domande.

S1 Il tuo stipendio non ti consente di arrivare tranquillamente a fine mese?
S2 Il tuo stipendio è inferiore ai carichi di lavoro e alle tue responsabilità?
S3 Il tuo posto di lavoro è a rischio e ciò ti provoca ansia?
S4 In azienda c’è un clima pesante e i giochi più diffusi sono: “la colpa è tua e te la tieni”, “tutti contro tutti”…
S5 Spesso hai la tentazione di mandare al diavolo il tuo capo?
S6 I tuoi orari di lavoro sottraggono spazio alla tua vita privata e ciò ti pesa?
S7 Ti senti spesso stressato e ti manca il fiato ogni volta che entri in azienda?

T1 Il tuo posto ti sta stretto come un abito di taglia diversa dalla tua?
T2 Dove lavori ti senti schiacciato e non vedi prospettive di crescita?
T3 Pensi che potresti ottenere più risultati se “giocassi” in un’altra squadra?
T4 Non ricordi più l’ultima volta (o forse non c’è stata) in cui hai ricevuto un riconocimento (non necessariamente economico) per i tuoi meriti?
T5 Il tuo lavoro attuale non è all’altezza dei sogni che hai?
T6 Ti accade spesso di chiederti inutilmente “Ma che senso ha ciò che faccio”?
T7 La mattina fai spesso fatica ad alzarti e ti trascini stancamente a lavoro?

Hai risposto SI alla maggior parte delle domande del gruppo S? 
Herzberg (l’autore di una delle teorie sulla motivazione) direbbe che ti mancano i fattori igienici, ovvero quelli da cui dipende la soddisfazione a lavoro.

Nel II gruppo invece ci sono i fattori da cui dipende la motivazione: crescita, merito ecc.
Due esempi per capire ancora meglio la differenza.
Recentemente ho conosciuto un’assistente di direzione che lavora per una nota azienda italiana: buono stipendio, posto fisso, ottimo rapporto con capi e colleghi. Ergo: è soddisfatta, ma è in cerca di nuovi stimoli (motivazioni) perché ha un forte bisogno di crescere professionalmente.
Dopo aver lasciato il mio posto fisso ho spesso rimpiano il mio stipendio fisso, non ero soffisfatta economicamente dei miei risultati, ma lavoravo più di quando ero dipendente e non sentivo (non sento) la fatica perché amo il mio lavoro.
Ora finalmente oltre alla motivazione arrivano anche i risultati e quindi la soddisfazione. :)

E tu sei insoddisfatto o demotivato? Entrambe le cose? Hai risposto SI a tutte le domande del I e del II gruppo?
La situazione è preoccupante. Forse è venuto il momento di cambiare.

L’immagine l’ho “rubata” da Resistenzaumana.it che spesso tratta questi temi in modo leggero ma per nulla superficiale.

Pubblicato da admin il 9/02/2011

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