
Un’altra bellissima intervista di Mattia Rossi.
Passione : Professione = Uovo : Gallina. Personalmente non ci ho mai capito molto di matematica, ma, tanto, qui il problema è filosofico: quale dei due nasce prima? L’uovo o la gallina? La passione o la professione? La storia di Gabriele Rigon è l’incarnazione dell’eterno dilemma. Non che lui se lo ponga, il dilemma, tutt’altro: lui è un tipo che a 47 anni suonati e dopo essere passato attraverso guerre e miserie tra le peggiori del nostro tempo, è ancora capace di entusiasmarsi con la purezza di un bambino di fronte alle piccole grandi cose di ogni giorno. E con la stessa semplicità non si capacita di quale interesse possa suscitare il suo percorso professionale, così che quando gli si chiede un’intervista lui non risponde mai “sì” o “no”, bensì: “chi? io?”; ma poi, con altrettanta simpatia, accetta di rispondere alle domande.
M. C’è chi lo conosce come fotografo, che ha pubblicato in mezzo mondo, tiene workshops in tutta Europa ed espone stabilmente a Los Angeles e Montreal; e c’è chi lo conosce con il grado di primo maresciallo dell’Av.Es. (aviazione dell’esercito), pilota di elicottero, veterano della Somalia, del Libano, dell’Iraq e di chissà quanti altri posti ancora. Allora lo chiediamo a lui: chi è Gabriele Rigon?
G. Sono fondamentalmente un pilota di elicottero dell’Esercito Italiano: il mio vero lavoro è proprio questo, e devo dire che volare è stata la mia prima passione. A 19 anni ero già pilota di elicottero, ora ne ho 47 e andare a lavorare è ancora una passione. L’altra è quella della fotografia: uno strumento creativo che permette di esprimere ciò che uno desidera attraverso le immagini, un’arte che è paragonabile alla pittura e alla scrittura, un grande strumento di libertà. Ora non è facile gestire contemporaneamente le due passioni, perché anche la fotografia richiede un certo impegno: fortunatamente esistono i weekend, perciò con un po’ di determinazione tutto è possibile.
M. Nei tuoi anni giovanili quella per la fotografia sembrava, più che una passione, un semplice interesse: possiamo dire che è stata la tua attività professionale a creare le condizioni per farla maturare?
G. Credo tu abbia perfettamente ragione: all’inizio la fotografia era per me un semplice interesse. I miei primi scatti degni di nota furono di tipo reportagistico, nel 1989: ero in Namibia, in una missione delle Nazioni Unite, e con una Olimpus OM 10 ed un 35mm ebbi la possibilità di documentare la vita di certe tribù quali gli Himba ed i Boscimani, in una regione alla quale, per le tensioni a ridosso del confine angolano, neppure le troupes del National Geographic riuscivano ad avere accesso. Dopo un anno di missione, al rientro in Italia, mi proposero di utilizzare le foto per alcune mostre che ebbero un primo successo.
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