Temporary, interim, contract.
Quale associazione scatta nella nostra mente? Precario e quindi soluzione di ripiego in attesa di un “lavoro vero”. (l’espressione tra virgolette è una citazione.)
Non è altrettanto automatico associare tali aggettivi al profilo del manager, eppure alcuni manager scelgono di essere temporary. Sottolineo la parola “scelgono” perché la professione del temporary manager non è un ripiego, un parcheggio in attesa di qualcosa di meglio. L’ho capito soprattutto grazie all’Ing. Cesare Sacerdoti, vice presidente di Atema (l’associazione dei temporary manager) e AD di CSE Crescendo.
- È abbastanza diffusa l’idea che ora il temporary manager sia chiamato solo per tagliare teste. È così?
- Quali caratteristiche deve possedere chi intende svolgere tale attività?
- Le piccole medie imprese italiane sono pronte ad accogliere la logica del temporary management?
Queste sono alcune delle domande a cui l’Ing. Sacerdoti ha gentilmente risposto, aiutandomi a conoscere più a fondo la professione del temporary manager.
Il t. m. “opera per il raggiungimento di obiettivi specifici in un tempo definito“; può dunque gestire situazioni di turnaround (ristrutturazione), passaggi generazionali, apertura di nuovi mercati o attività produttive (soprattutto all’estero), fusioni, acquisizioni…
È solitamente un professionista che ha maturato una solida esperienza in una delle seguenti funzioni: general manager, CFO, direttore commerciale o operations.
A corredo delle esperienze professionali è necessario possedere alcune caratteristiche personali e credo che qui stia la differenza (come a dire: non tutti i manager sono adatti a ricoprire il ruolo del temporary).
Mr. cambiamento: così è stato definito il temporary manager in un articolo pubblicato sul numero di luglio de L’impresa.
Trovo molto efficace la metafora calcistica usata da Cesare Sacerdoti per illustrare, ad esempio, le caratteristiche del turnaround manager.
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