Paura di non essere all’altezza?

Basta Helga, non puoi continuare a fare la missionaria!
Non puoi continuare a dispensare consigli a chiunque te li chieda. Il tuo è un lavoro e ci devi campare!
Quante volte mi sono sentita dire queste frasi da chi è vuole bene.
E poi c’è la paura di dire il prezzo.
Avete mai sentito parlare della sindrome dell’impostore?
E’ l’eterna sensazione di non essere abbastanza competente e all’altezza della situazione.
Quando ero in università si manifestava con l’iperpreparazione (se un esame prevedeva 6 libri ne dovevo leggere e studiare almeno 9) oggi con la tendenza a “giocare al ribasso”.

Tempo fa scrissi anche questa fiaba per rappresentare questo stato e la raccontai in lacrime al mio trainer di PNL.  

C’era una volta una fatina che amava entrare di notte nelle case della gente e lasciare doni.
Per via di una macchia che le deturpava il viso, la fatina era visibile solo di notte come ombra, mentre durante il giorno si rendeva completamente invisibile.
Così, al sicuro dallo sguardo della gente, la fatina osservava la felicità delle persone a cui aveva lasciato i propri doni e sorrideva, ma avrebbe tanto desiderato essere al posto di quelle persone, godere di quella felicità.
Tuttavia sapeva che la sua natura non le avrebbe permesso di esaudire quel sogno, perché le fate sono esseri orribili, esistono solo per fare doni alla gente e nulla più.
Così, rassegnata al proprio destino, la fatina continuava a distribuire i propri doni, convinta che nessuno la vedesse.
Ma un giorno le si parò dinanzi un grande mago con un mantello del colore del cielo che le disse: “Io so come puoi realizzare il tuo sogno”. La fatina fuggì via impaurita.
Intanto più i giorni passavano, più le parole del mago risuonavano nella testa della fatina che, alla fine, decise di andare alla ricerca del mago. Poiché si vergognava del proprio aspetto, iniziò a seguirlo a distanza, nella speranza di capire da sola cosa le avrebbe potuto insegnare.
Così la fatina scoprì che anche il mago faceva dei doni ed erano proprio come i suoi, ma il mago era felice perché organizzava delle grandi feste in cui la gente si divertiva e portava in cambio altri doni.
Stanca di osservare da lontano, la fatina decise di prendere il coraggio a due mani e si presentò un po’ tremante davanti al mago.
Il mago sorrise con dolcezza e trasse di tasca uno specchio magico in cui c’era l’immagine di una bella fanciulla.
La fatina chiese: “Chi è?”.
“Sei tu – rispose il mago – questa è l’immagine di te che vedranno le persone a cui lascerai i tuoi doni se solo non fuggirai e tenderai la tua mano verso di loro. Riceverai in cambio un cristallo magico con cui ogni volta potrai cancellare un po’ di macchia che hai dentro il tuo cuore”.  

Questa fiaba mi sta aiutando ad affrontare e curare la sindrome dell’impostora. Il dolore di aver perso tante belle occasioni e di vedere veri impostori che si comportano da professionisti spesso mi aiuta, ma l’aiuto più grande proviene proprio dalle email dei miei clienti che spesso mi regalano un cristallo magico. :) 

Pubblicato da admin il 31/08/2011

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Nel mio lavoro le storie funzionano più dei manuali

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(Foto: la bacheca del mio ufficio) 

“Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già lo sanno che esistono, le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi.”
Gilbert Keith Chesterton

Ricordo che da bambina restavo ore ed ore ad ascoltare le fiabe raccontate da mia madre e, in sua assenza, da un mangiadischi rosso.
Mi bastava sentire il primo verso della sigla “A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…” per cadere in quella che gli esperti di storytelling definiscono trance narrativa da ascolto
Questo stesso fenomeno si verifica quando una storia ben congeniata ( film, spot pubblicitario, opera d’arte…) ci cattura al punto da farci sospendere per un attimo l’esercizio dubbio. Ci sentiamo parte della storia, ci identifichiamo con i protagonisti, con loro soffriamo, speriamo, amiamo, cresciamo…
Le storie coinvolgono, appassionano, motivano, danno senso, indicano una direzione e spesso ci aiutano ad uscire da una situazione di impasse, o come direbbe Chesterton, a sconfiggere i draghi e i mostri che la nostra mente crea.
Le storie funzionano più dei manuali! (Tom Peters docet). 
Ecco perché non mi limito a propinare ai miei clienti le 10 regolette per avere successo.
Oltre ad usare i classici questionari per l’assessment spesso chiedo: qual’è la tua fiaba preferita? Il film? Il libro? La canzone? A volte, semplicemente osservando ed ascoltando i miei clienti mi capita di azzeccare la storia preferita. Una volta sorpresi un cliente dicendo: “Scommetto che tra i suoi film preferiti c’è il Galdiatore”. “Come fa a saperlo?” rispose lui e poi iniziò a raccontare la sua scena preferita che conteneva in sintesi il suo sogno professionale e la sua visione di sé.
Come ho già scritto Eric Berne sostiene che la nostra fiaba preferita (i film non sono altro che fiabe per adulti) e il modo con cui la raccontiamo sono strettamente correlati al nostro modo di sentire noi stessi e la nostra vita.
La vita professionale non appartiene al regno diurno della coscienza, ma si fonda spesso su quello notturno delle emozioni e passioni dove si può penetrare solo con il linguaggio narrativo. Insomma, puoi conoscere tutte le regolette per fare successo e letto tutti i manuali di selfhelp, ma prima devi sconfiggere il drago dentro di te.  

Una delle attività che prediligo consiste nel racconto dei successo. Quando chiedo alle persone di raccontarmi (per iscritto perché funziona meglio) 10 casi di successo, moltissimi sostengono inizialmente di non avere un così grande numero di storie di successo da raccontare, però poi, quando capiscono che “avere successo” non significa necessariamente salire su un palco e ricevere premi o applausi, ma semplicemente portare a termine una cosa, allora iniziano a scrivere e alcuni vengono letteralmente rapiti dalle proprie storie.
Raccontare la propria esperienza professionale (non solo i successi ma anche gli insuccessi) ha un effetto quasi catartico, ci purifica dalle scorie emotive, ci fa osservare dalla giusta distanza dove possiamo cogliere connessioni tra eventi apparentemente distanti. Così possiamo dare un senso al nostro passato e una direzione al futuro, ma soprattutto le storie ci fanno sentire con il cuore, oltre che capire con la testa.
Per fare carriera o semplicemente essere felici a lavoro servono entrambi: testa e cuore. Certo, un pizzico di fortuna non guasta, ma forse la fortuna può essere anche quella scintilla che si accende quando testa e cuore si incontrano.  

Pubblicato da admin il 26/08/2011

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Adriano Olivetti: il visionario che faceva i conti

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Da qualche giorno sono amministratrice della pagina fan di Italian leadership Event, un corso-evento che si terrà il 14 e il 15 ottobre dove finalmente parleranno e verranno premiati leader di “casa nostra”.

Contemporaneamente in primo piano sul sito dell’ Osservatorio di Storytelling troviamo un’analisi realizzata dagli studenti del corso in Storytelling e Narrazione d’Impresa, presso l’Università degli Studi di Pavia, su tre narrazioni che ben hanno saputo integrarsi e dialogare con la narrazione del nostro Paese: l’Arma dei Carabinieri, Olivetti e Alfa Romeo.

In automatico nella mia mente è scattato il link ad un mio vecchio articolo che parla di Adriano Olivetti. Mi è venuta voglia di riproporlo qui.
“Un visionario che fa i conti”: così lo scrittore Giorgio Soavi ha definito uno dei più grandi rappresentanti della storia imprenditoriale italiana, Adriano Olivetti.
Come tutti i grandi imprenditori che hanno lasciato un segno nella storia anche Adriano Olivetti era un sognatore, ma non un sognatore qualunque, bensì di quelli capaci di trasformare i propri sogni in realtà.

Così lo ricorda Carlo Caracciolo: 
“Lo sguardo di un azzurro chiarissimo rimarcava un’aria da profeta ebraico. Si capiva subito di avere di fronte una persona molto intelligente che nella vita aveva una missione da compiere e che per tale missione non ammetteva deroghe. Alcune volte dava anche l’impressione di agire con grandissimo entusiasmo. Inoltre si avvertiva che i suoi scopi erano altruistici… Insomma non si poteva negare, incontrando Adriano Olivetti, di essersi confrontati con una forte e originale personalità”.
Vuoi conoscere la sua storia?

(more…)

Pubblicato da admin il 23/08/2011

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L’informatico pizzaiolo ed altri racconti

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 Settimana scorsa ho ricevuto un’email da una persona che si è presentata come certificatore aziendale con una grande passione per la fotografia. Ho dovuto rileggere più volte il testo della sua email per capirne l’obiettivo.
La persona, scambiandomi per una società di selezione, si dichiarava disponibile ad un’intervista ed eventuale pubblicazione di porfolio.

Piccola parentesti:
Ammetto che anche io ci ho messo del mio per confondere le idee al povero malcapitato.
Quando aprii la partita iva commisi un errore tipico dei consulenti. Creai la MYJOB.
Il nome all’inizio mi parve adatto ad esprimere la natura della mia attività ma allora non conoscevo Beatrice Ferrari e non sapevo che il naming fosse una vera disciplina, né avevo letto Personal branding.
Dopo ben due anni dalla creazione di MYJOB scoprii che esisteva anche una MYJOB a Padova che si occupa di selezione. Così spesso mi accade di ricevere cv di persone che mi scambiano per la società di selezione.
Ad essere sinceri qualcuno mi aveva preallertato del fatto che quel nome sapeva di selezione più che di consulenza di carriera ma io non vi prestai ascolto. Che dire: errori giovanili a cui nel tempo ho cercato di rimediare puntando più sul mio nome da associare alla parla carriera.

Ma torniamo alla mail del certificatore fotografo.
Mi ha fatto venire in mente il divertente aneddoto di un amico che un giorno si vide consegnare un biglietto da visita con la scritta “informatico pizzaiolo”. L’amico chiese spiegazioni al proprietario del biglietto che ammise candidamente: “Vedi, io ho due lavori: di giorno sono informatico e la sera faccio il pizzaiolo”.

Sempre più spesso incontro persone che, come l’informatico - pizzaiolo, hanno una doppia e a volte anche più identità professionali: la segretaria - cuoca, il dirigente pubblico - counsellor, il responsabile del personale - scrittore e critico cinematografico …
C’è chi riesce a far convivere armonicamente le proprie identità professionali e chi invece svolge un lavoro (quello sicuro, quello in cui ci si è trovato spinto dalla corrente) ma vorrebbe farne un altro e poco alla volta sta prendendo confidenza con un’identità professionale che esprime meglio le proprie passioni.
Forse è il caso del certificatore - fotografo.
Come fare il salto? Come proporsi con un’identità professionale se fino a ieri si è fatto altro?

Con social media è tutto più semplice. Puoi raccontare la tua passione su un blog, puoi pubblicare, le tue foto, i tuoi video e, se sei particolarmente bravo, interessante, simpatico … la gente ti apprezza, ti segue, ti “promuove”.

Ma che me ne faccio della mia vecchia identità?
Non devi tacere o rinnegare il passato ma neppure restarci attaccato dando l’impressione che non sai cosa vuoi veramente.
Si tratta semplicemente di rileggere il passato alla luce della nuova identità professionale che vuoi affermare.
Se vuoi diventare pasticciere ma hai sempre fatto l’architetto, puoi tranquillamente dirlo, ma l’importante è che tu riesca a motivare la tua scelta di cambiamento e la sostenga. Non puoi certo presentarti con il cv europeo dove elenchi solo le tue esperienze professionali e releghi la tua passione alla voce “interessi”. 
Devi riposizionare il tuo brand. Identità e relazioni!  
Sai chi vuoi diventare ”da grande”? Informatico o pizzaiolo? Architetto o pasticciere? Qual’è la tua nuova identità professionale? Coltivala e condividila!
Chi conosci? Chi ti conosce? Chi sono i tuoi “fan”? Dove puoi trovarne altri? I loro “Mi piace” conta più della vecchia raccomandazione del prete del paese.
Anche se non vuoi diventare pasticciere l’importante è trovare occasioni per far “assaggiare” un pò delle tue competenze.

(PS L’immagine della pizza era su Moosegeek.com)

Pubblicato da admin il 6/08/2011

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