Nel mio lavoro le storie funzionano più dei manuali
(Foto: la bacheca del mio ufficio)
“Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già lo sanno che esistono, le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi.”
Gilbert Keith Chesterton
Ricordo che da bambina restavo ore ed ore ad ascoltare le fiabe raccontate da mia madre e, in sua assenza, da un mangiadischi rosso.
Mi bastava sentire il primo verso della sigla “A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…” per cadere in quella che gli esperti di storytelling definiscono trance narrativa da ascolto.
Questo stesso fenomeno si verifica quando una storia ben congeniata ( film, spot pubblicitario, opera d’arte…) ci cattura al punto da farci sospendere per un attimo l’esercizio dubbio. Ci sentiamo parte della storia, ci identifichiamo con i protagonisti, con loro soffriamo, speriamo, amiamo, cresciamo…
Le storie coinvolgono, appassionano, motivano, danno senso, indicano una direzione e spesso ci aiutano ad uscire da una situazione di impasse, o come direbbe Chesterton, a sconfiggere i draghi e i mostri che la nostra mente crea.
Le storie funzionano più dei manuali! (Tom Peters docet).
Ecco perché non mi limito a propinare ai miei clienti le 10 regolette per avere successo.
Oltre ad usare i classici questionari per l’assessment spesso chiedo: qual’è la tua fiaba preferita? Il film? Il libro? La canzone? A volte, semplicemente osservando ed ascoltando i miei clienti mi capita di azzeccare la storia preferita. Una volta sorpresi un cliente dicendo: “Scommetto che tra i suoi film preferiti c’è il Galdiatore”. “Come fa a saperlo?” rispose lui e poi iniziò a raccontare la sua scena preferita che conteneva in sintesi il suo sogno professionale e la sua visione di sé.
Come ho già scritto Eric Berne sostiene che la nostra fiaba preferita (i film non sono altro che fiabe per adulti) e il modo con cui la raccontiamo sono strettamente correlati al nostro modo di sentire noi stessi e la nostra vita.
La vita professionale non appartiene al regno diurno della coscienza, ma si fonda spesso su quello notturno delle emozioni e passioni dove si può penetrare solo con il linguaggio narrativo. Insomma, puoi conoscere tutte le regolette per fare successo e letto tutti i manuali di selfhelp, ma prima devi sconfiggere il drago dentro di te.
Una delle attività che prediligo consiste nel racconto dei successo. Quando chiedo alle persone di raccontarmi (per iscritto perché funziona meglio) 10 casi di successo, moltissimi sostengono inizialmente di non avere un così grande numero di storie di successo da raccontare, però poi, quando capiscono che “avere successo” non significa necessariamente salire su un palco e ricevere premi o applausi, ma semplicemente portare a termine una cosa, allora iniziano a scrivere e alcuni vengono letteralmente rapiti dalle proprie storie.
Raccontare la propria esperienza professionale (non solo i successi ma anche gli insuccessi) ha un effetto quasi catartico, ci purifica dalle scorie emotive, ci fa osservare dalla giusta distanza dove possiamo cogliere connessioni tra eventi apparentemente distanti. Così possiamo dare un senso al nostro passato e una direzione al futuro, ma soprattutto le storie ci fanno sentire con il cuore, oltre che capire con la testa.
Per fare carriera o semplicemente essere felici a lavoro servono entrambi: testa e cuore. Certo, un pizzico di fortuna non guasta, ma forse la fortuna può essere anche quella scintilla che si accende quando testa e cuore si incontrano.
