Personal storytelling tra finzione e realtà

“È più facile far credere una cosa a centomila persone che a una sola.” 

Era il 2001 quando Al Pacino, nei panni di Victor, pronunciava questa battuta nel film Simone.

Victor è un regista sull’orlo del fallimento a cui viene donato un dischetto misterioso che cambierà la sua vita e non solo… Il dischetto contiene un programma capace di riprodurre un personaggio virtuale, Simone, che Victor spaccerà per reale, trasformandolo in Star.

L’avvento dei social media ha reso questa storia meno surreale, ci ha offerto potenti mezzi per creare dei personal brand simili a Simone, vicini (“amici su facebook”) e spesso distanti dalla realtà.
Ad esempio, mi chiedo come faccia certa gente a trovare il tempo di postare tanti contenuti con una frequenza giornaliera. Va bene essere organizzati ma a tutto c’è un limite.
E poi ci sono diari di facebook tanto belli (viaggi, successi, foto perfette) da sembrare delle fiabe.  Anzi no, nelle fiabe ci sono anche nemici, conflitti e traumi che in quei diari non esistono. Giuro che non sto rosicando!
E poi ci sono professionisti che si sforzano di assomigliare ad aziende, creano marchi fatti di sigle a volte impronunciabili, parlano di sé in modo impersonale e c’è perfino chi usa il “noi” come il mago Otelma. :D

Ma come, le aziende cercano in ogni modo di apparire umane e le persone si trasformano in entità per sembrare più credibili?
Già nel 1982 Jacques Séguéla nel libro Hollywood lava più bianco proponeva ai Brand di trasformarsi in persone, giungendo perfino a scrivere:  ”la prima intelligenza di un prodotto (possiamo anche leggere Brand) è confessare le proprie debolezze. E farne la propria forza. “Feo, Fuerte y Formal” fece incidere John Wayne sulla propria lapide: brutto forte e regolare. L’epitaffio dovrebbe servire da epistola a tutti gli uomini di marketing “.

A proposito di Hollywood, dai suoi sceneggiatori i professionisti possono apprendere le tecniche del racconto (lo screenwriting) per fare personal storytelling, ma non come pensava un coach che tempo fa si rivolse a me per una consulenza con l’obiettivo di diventare come un concorrente più noto. Mi disse: “Come faccio a diventare come lui?” E non intendeva dire “noto come lui” ma proprio “come lui”. Peccato che quel modello di riferimento fosse completamente agli antipodi rispetto al suo stile. È un po’ come se una piccola falegnameria esponesse un’insegna con la scritta IKEA.  Beh nel caso della falegnameria la trovata potrebbe apparire divertente, l’obiettivo del coach invece era patetico e, aggiungo, anche spregevole, visto che si aspettava una consulenza gratuita. Forse cercava un altro Victor che facesse il miracolo di Simone?

Io però non faccio miracoli. Amo aiutare le persone a provare la meraviglia di raccontare le propria storia e a trasformare relazioni virtuali in virtuose. Così nasce un personal Brand.

Pubblicato da admin il 19/06/2012

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